Ci sono vicende che, prese singolarmente, valgono poco. E altre che diventano enormi non tanto per quello che sono, ma per il momento in cui accadono, per chi ne è protagonista e soprattutto per il modo in cui vengono gestite. I quattro giorni supplementari concessi a Mike Maignan e Adrien Rabiot appartengono alla seconda categoria.
Bisogna partire da un punto, perché altrimenti qualsiasi ragionamento rischia di trasformarsi nel solito tribunale social: Maignan e Rabiot non sono fermi su una spiaggia ad aspettare il rientro a Milano. Si stanno allenando individualmente e possono avere concordato con il club un programma preciso. Non conosciamo tutti gli accordi presi con la società, non sappiamo quali richieste siano state formulate dai giocatori e quali valutazioni siano state fatte dallo staff. Ed è esattamente per questo che sarebbe sbagliato raccontare questa storia come una fuga da Milanello, ma è altrettanto sbagliato fare finta che non esista un problema.
Perché Mike Maignan non è semplicemente il portiere del Milan. È il capitano del Milan. Lo stesso club, quando a gennaio ne ha annunciato il rinnovo fino al 2031, ne ha sottolineato leadership, responsabilità e senso di appartenenza. Non sono parole secondarie. Sono esattamente ciò che distingue un grande giocatore dal calciatore al quale viene affidata una fascia. E una fascia, nel Milan, pesa ancora di più.
Essere capitano significa anche scegliere quando esserci
Qui non si discute la professionalità di Maignan durante la stagione e nemmeno il suo diritto al riposo dopo gli impegni con la Francia. Non si discute neppure il fatto che un programma individuale possa essere fisicamente efficace quanto una seduta effettuata a Milanello.
Il punto è un altro. Essere capitano significa anche capire quando la propria presenza vale più di un allenamento. Maignan è mancato all’ultimo saluto a Franco Baresi. Un’assenza che, proprio perché riguarda l’attuale capitano nel giorno in cui il mondo rossonero salutava uno dei capitani più grandi della propria storia, inevitabilmente ha avuto un peso simbolico enorme.
Poi arriva la notizia del rientro posticipato. Singolarmente possono esistere spiegazioni perfettamente legittime per entrambe le situazioni. Messe una accanto all’altra, però, producono un’immagine completamente diversa. Ed è qui che il Milan dovrebbe intervenire, non perché debba pubblicare il calendario delle vacanze dei propri giocatori. Non perché debba giustificare qualsiasi scelta privata. E nemmeno perché un professionista di trent’anni debba essere trattato come uno studente al quale controllare il diario. Ma perché un grande club deve conoscere il peso dei simboli.
Franco Baresi non era un ex calciatore qualsiasi. Era una parte dell’identità del Milan. E Maignan non è un calciatore qualsiasi della rosa, è il capitano. Questa differenza dovrebbe bastare.
Allenarsi da soli non è il punto
Che Maignan e Rabiot si allenino individualmente cambia moltissimo dal punto di vista professionale e pochissimo da quello simbolico. Nessuno sostiene che quattro giorni di lavoro personalizzato possano compromettere una stagione, sarebbe una forzatura.
Ma il Milan sta iniziando un nuovo percorso con Rúben Amorim, con principi tattici nuovi, un nuovo staff e una squadra che deve costruire rapidamente meccanismi, gerarchie e identità. Lo stesso club ha raccontato l’inizio della preparazione come l’apertura di un nuovo ciclo.
In un contesto simile, lavorare bene da soli e lavorare con i compagni non sono necessariamente la stessa cosa, soprattutto se sei il capitano. Il messaggio che dovrebbe arrivare dallo spogliatoio è semplice: si riparte insieme.
Poi esistono le eccezioni, i programmi personalizzati, la gestione dei carichi e le necessità individuali. Il calcio moderno funziona così e pensare che tutti debbano allenarsi sempre allo stesso modo appartiene a un’altra epoca. Ma la leadership non viene misurata soltanto dai chilometri percorsi o dai dati GPS, a volte viene misurata semplicemente da una presenza.
Ma chi deve dire a Maignan che certe cose non si fanno?
Ed eccoci al vero interrogativo. Chi dovrebbe gestire una situazione del genere? Gerry Cardinale? Hendrik Almstadt? Bobby Gardiner? Massimo Calvelli? Amorim? Perché si può anche essere convinti che Maignan abbia sbagliato. Si può ritenere che Rabiot, giocatore di enorme esperienza e peso nello spogliatoio, avrebbe dovuto comportarsi diversamente. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi ai calciatori.
Un club non è una somma di individui lasciati liberi di interpretare autonomamente il proprio ruolo. Un club stabilisce regole, gerarchie e codici di comportamento. E non serve necessariamente il direttore sportivo vecchio stampo che bussa alla porta dello spogliatoio e impartisce ordini (questa figura, se non ve ne siete accorti, oggi non c’è). Serve però qualcuno dotato dell’autorità necessaria per spiegare anche a due campioni affermati che esistono momenti nei quali l’interesse individuale deve lasciare spazio all’interesse dell’istituzione. Se invece quei quattro giorni sono stati concordati e il Milan ritiene perfettamente corretta la gestione di Maignan e Rabiot, allora il problema si sposta. E diventa comunicativo.
Il Milan continua a lasciare che siano gli altri a costruirne il racconto
È probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’intera vicenda. Non sappiamo quali accordi abbiano raggiunto Maignan, Rabiot, Amorim e la società. Ed è perfettamente possibile che dal punto di vista atletico non esista alcun caso. Ma se fuori da Milanello si sviluppa immediatamente l’immagine di un capitano che «si prende quattro giorni in più di vacanza» a pochi giorni dall’inizio del campionato, il club ha comunque un problema.
Perché nel calcio contemporaneo non basta prendere una decisione corretta. Bisogna anche saperla raccontare. Per anni il Milan è stato una società straordinariamente capace di governare la propria narrazione. Le informazioni uscivano quando dovevano uscire. I messaggi arrivavano con una direzione precisa. La società riusciva quasi sempre a spiegare prima degli altri ciò che accadeva al proprio interno.
Quella capacità si è progressivamente persa, oggi troppo spesso accade l’opposto: prima nasce il caso, poi il Milan rincorre il caso. E qualche volta nemmeno lo rincorre. Nella nuova struttura voluta da Cardinale ci sono professionisti dedicati al player trading, alla football intelligence, allo scouting, ai dati e alla gestione manageriale. Almstadt e Gardiner sono diventati figure centrali della nuova architettura sportiva rossonera, mentre Cardinale ha scelto un coinvolgimento molto più diretto nelle decisioni.
Ma un club come il Milan ha bisogno anche di una catena di comando immediatamente riconoscibile nei momenti più banali. Perché le stagioni non si complicano soltanto quando sbagli un centravanti da cinquanta milioni, a volte si complicano quando nessuno sa spiegare quattro giorni di ferie.
Non serve il populismo, serve autorevolezza
Ecco perché sarebbe troppo facile concludere semplicemente che Maignan e Rabiot hanno sbagliato. Personalmente credo che il capitano del Milan, in questa fase della stagione e in questo particolare momento della storia rossonera, dovrebbe essere insieme alla squadra. Anche allenandosi inizialmente a parte. Anche effettuando carichi differenti. Anche giocando soltanto pochi minuti nelle prime amichevoli.
La sua presenza avrebbe avuto un significato. Ma trasformare tutto in una questione morale significa evitare la domanda più importante: chi governa queste dinamiche? Chi valuta non soltanto l’aspetto atletico, ma quello istituzionale? Chi dice al capitano: tecnicamente puoi farlo, ma forse non dovresti? E, soprattutto, chi comprende che una decisione destinata inevitabilmente a diventare pubblica deve essere accompagnata da una comunicazione capace di anticiparne le conseguenze?
È questo il passaggio che continua a mancare. Perché Maignan tornerà, si allenerà, giocherà e magari alla prima giornata farà tre parate decisive. A quel punto dei quattro giorni non importerà più nulla a nessuno. Ma non è questo il tema: il tema è che il Milan non può continuare a vivere ogni episodio lasciando che il racconto venga scritto altrove. Un grande club decide, un grande club spiega. Soprattutto, un grande club non lascia un vuoto.


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