Intelligenza viva, visione fuori dal comune, cura maniacale dei dettagli. Dietro ogni impresa di Silvio Berlusconi c’è sempre stato un tratto distintivo: pensare più in grande degli altri. I risultati – nell’impresa, nello sport e nella politica – lo dimostrano. Comincia così l’edizione odierna de Il Corriere dello Sport per ricordare il quarantesimo anniversario dall’acquisto del Milan da parte del compianto ex presidente, avvenuto il 20 febbraio 1986.
La rivoluzione televisiva
Tutto parte dalla televisione. Un aneddoto racconta bene il metodo Berlusconi. Durante uno dei primi eventi sportivi trasmessi negli Stati Uniti, chiamò in diretta Paolo Taveggia chiedendo di avvicinare la cornetta al ring per far sentire meglio il rumore dei pugni. Un dettaglio tecnico, certo. Ma decisivo per rendere lo spettacolo più coinvolgente.
Da quella attenzione maniacale nacque l’impero che avrebbe cambiato per sempre l’emittenza italiana. Con l’aiuto di Adriano Galliani, proprietario di Elettronica Industriale, Berlusconi trasformò una tv locale in un network nazionale. Le antenne piazzate in tutta Italia permisero la copertura completa del segnale.
Nacquero Canale 5, Italia 1 e Rete 4, reti che scardinarono il monopolio della Rai e inaugurarono una nuova era della tv commerciale. Il cuore del sistema sarebbe poi diventato Mediaset, simbolo di un impero mediatico costruito passo dopo passo.
Milano 2 e la visione imprenditoriale
Prima ancora della tv, Berlusconi aveva già mostrato la sua capacità di visione con il progetto di Milano 2. Il quartiere si trovava nel cono d’atterraggio di Linate: un ostacolo enorme. La soluzione fu costruire un ospedale, l’attuale Ospedale San Raffaele, costringendo gli aerei a modificare la rotta.
Un’idea audace che trasformò un problema in opportunità e contribuì a creare un’eccellenza sanitaria nazionale.
Il “SalvaMilan” e l’inizio di un’era
A metà anni ’80, di ritorno da un viaggio a Parigi, Berlusconi decise di salvare il AC Milan, sull’orlo del fallimento dopo la gestione Farina.
Il debutto fu spettacolare: estate 1986, Arena di Milano, squadra presentata con gli elicotteri che atterrano sul prato. Uno show mai visto prima, che accese l’entusiasmo dei tifosi e portò 50 mila abbonamenti in pochi giorni.
L’obiettivo dichiarato, nell’estate 1987, sembrava follia: «Diventeremo il club più vincente al mondo». Molti lo presero per visionario. I fatti gli diedero ragione.
Sacchi, Capello e la conquista dell’Europa
La svolta arrivò con la scelta di Arrigo Sacchi e con l’arrivo degli olandesi Marco van Basten, Ruud Gullit e Frank Rijkaard. Il Milan conquistò lo scudetto del 1988 strappandolo al Napoli di Maradona, poi iniziò a dominare in Europa con due Coppe dei Campioni consecutive e il trionfo Intercontinentale a Tokyo.
Dopo Sacchi, toccò a Fabio Capello: quattro scudetti in cinque anni e la storica finale di Atene 1994, con il 4-0 al Barcellona di Johan Cruijff. Poi fu il turno di Carlo Ancelotti, protagonista delle Champions League del 2003 a Manchester e del 2007 ad Atene. In totale, cinque Coppe dei Campioni/Champions League sotto la sua presidenza. La promessa era stata mantenuta.
L’ultima missione: il Monza
L’ultimo trofeo della collezione, la supercoppa d’Italia del 2016, arrivò grazie alla prodezza (rigore parato a Dybala) di un giovanissimo e promettente portiere, Gigio Donnarumma, uno degli ultimi esponenti della miniera d’oro del settore giovanile rossonero. Così si concluse l’avventura di Silvio Berlusconi e di Fininvest nel Milan, non ancora nel calcio italiano. Dopo l’addio al Milan, un’altra sfida: il AC Monza. «Lo porterò in Serie A», disse. Detto, fatto. Anche qui, come sempre, visione e determinazione hanno preceduto il risultato.
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