Nell’epopea di Silvio Berlusconi al Milan – di cui oggi, 20 febbraio, ricorre il quarantesimo anniversario dall’acquisto – Franco Baresi è stato una colonna portante. L’ex difensore, oggi vice-presidente onorario del club, ne ha parlato in una lunga intervista all’edizione odierna del quotidiano Il Giornale.
Le parole di Baresi
«Come sto? Benino, dai. Ho ripreso a frequentare San Siro ed è già un bel passo avanti. Che ricordi ho di quei giorni? A Milanello eravamo tutti ansiosi e curiosi di seguire le indiscrezioni per capire come sarebbe finita la trattativa. Silvio Berlusconi godeva già di una brillante fama di imprenditore di successo e, senza ancora conoscerlo personalmente, facevamo un tifo disperato per lui. Eravamo in fondo a un tunnel, ecco come stavamo».
«E ricordo un particolare significativo. A quel tempo, quando la squadra era in viaggio per le trasferte del campionato, i cancelli di Milanello venivano aperti per ospitare feste di matrimonio o di prima comunione, così da raccattare qualche lira in più. Berlusconi arrivò in elicottero in un mattino molto freddo, c’era la neve nei vialetti di Milanello. Lui si presentò in modo molto semplice e diretto. Utilizzò poche parole, puntò piuttosto a organizzare il lavoro servito per trasformare in pochi mesi la società in un club moderno. A noi calciatori portò in dono un calice d’argento Cartier».
«Qualche mese dopo, quando ci riunì al castello di Pomerio prima dell’avvento di Arrigo Sacchi come allenatore, ci diede la famosa mission: diventare la squadra più forte al mondo. Sulle prime quel traguardo così impegnativo venne salutato da un diffuso scetticismo anche perché la precedente stagione non si era conclusa con un risultato esaltante. Un anno dopo avevamo già lo scudetto sul petto. Non ho dovuto aspettare molto tempo per capire che sarei riuscito a trasformare in successi reali tutti i miei sogni».
Baresi sulla sua carriera rossonera
«Partirei dalla prima coppa dei Campioni alzata nel cielo di Barcellona, nel maggio ’89, davanti a circa 80 mila milanisti, per passare nel giro di qualche mese al viaggio esotico in Giappone per la finale della coppa Intercontinentale. A Tokyo, dicembre del 1989, salimmo sul tetto del mondo e riuscimmo a dare un senso concreto al famoso discorso di Pomerio. Il nostro infatti è stato un rapporto avvolgente che non si è mai esaurito con il calcio perché sul piano umano si è arricchito quotidianamente di stima e affetto dimostrato in più occasioni con alcuni episodi che restano scolpiti nella mia memoria».
«Nell’edizione del Pallone d’oro 1989 io mi classificai al secondo posto, dietro Marco Van Basten e davanti a Frank Rijkaard in un podio tutto milanista. In quella circostanza, il presidente Berlusconi mi regalò una versione originale del Pallone d’oro. Il secondo attestato avvenne alla fine della mia carriera calcistica, con il ritiro della maglia numero 6: avvenne nel 97/98 e nell’occasione ci fu anche una staffetta simbolica perché quel giorno consegnai la fascia di capitano, che avevo ricevuto da Gianni Rivera, a Paolo Maldini, figlio di Cesare già capitano della prima coppa dei Campioni rossonera nel 1963 a Wembley».
Baresi sul Milan attuale
«Rivincere quei trofei? La mia risposta è molto sincera: sarà difficile ripetere quel ciclo di successi. Ma c’è una spiegazione: il calcio nel frattempo è cambiato, le proprietà dei club storici italiani hanno cambiato assetto, la concorrenza europea si è arricchita di nuovi protagonisti, specie in Inghilterra. Eppure posso rassicurare tutti: il Milan resterà un club storico per bacheca e tradizione, e sta lavorando sodo per alzare la sua competitività», conclude Franco Baresi.


