Vincere giocando male, l’ultimo step per la Champions

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Nel calcio c’è un luogo comune che imperversa dall’alba dei tempi: quando una squadra riesce a vincere giocando male e, quindi, ottenendo il massimo con il minimo sforzo e da prestazioni non brillantissime, è un buon segnale, segno di una squadra già grande, o pronta a diventarlo, solida e con tutte le carte in regola per raggiungere ogni traguardo. Ecco, nell’attuale processo di crescita del Milan targato 2020/2021, manca proprio questa peculiarità. Al netto dell’evidente crollo di qualità nelle prestazioni e della media punti conquistata nel girone di ritorno, infatti, i rossoneri non riescono a vincere ed ottenere il massimo proprio da quelle partite un po’ “sporche”, in cui la squadra non è brillante e serve anche un po’ di fortuna, ma soprattutto tanta esperienza per portarle a casa. La gara pareggiata in casa contro la Sampdoria, di sabato scorso, ne è a tutti gli effetti un esempio. Un Milan brutto, fin troppo per essere vero, non fa un tiro in porta fino all’82’, ma si fa gol da solo, complice la clamorosa ingenuità di Theo Hernandez, e non riesce a completare la rimonta dopo il pareggio di Hauge, infrangendo le velleità da tre punti sul legno colpito da Kessié in pieno recupero.

Vincere giocando male. Benevento l’unica eccezione (ma in 10 per un’ora)

Benevento-Milan
Benevento-Milan – MilanPress, robe dell’altro diavolo

Vincere giocando male. Sarebbe successo questo se fosse stata completata la rimonta contro la squadra di Claudio Ranieri e sarebbero stati tre punti pesantissimi, soprattutto in ottica Champions, che avrebbero tenuto le antagoniste a debita distanza e permesso di guadagnare due punti sul quinto posto occupato dalla Juventus, fermata dal pareggio contro il Torino. Per l’ennesima volta, quindi, il Milan si è fermato in casa e non è riuscito a fare bottino pieno, complice dell’ennesima prova incolore offerta a San Siro. Così come era già avvenuto contro il Napoli, contro l’Udinese e contro il Parma all’andata, ma anche in trasferta contro lo Spezia un paio di mesi fa ed il Genoa a dicembre. Partite accomunate da una prestazione non all’altezza e finite male, o almeno senza i tre punti. Il Milan, quindi, non riesce a vincere giocando male, o comunque giocando peggio del suo avversario di turno, cosa che quest’anno, probabilmente, è successa solo a Benevento, ma lì i rossoneri furono costretti a giocare più di un’ora con un uomo in meno e, questo, rende l’idea di quanto quella gara non possa fare testo nemmeno nel considerarla un’eccezione che conferma la regola.

Vincere giocando male, da qui in avanti è obbligatorio provare a farlo

Inter: Antonio Conte - Milanpress, robe dell'altro diavolo
Inter: Antonio Conte – Milanpress, robe dell’altro diavolo

Vincere giocando male, o perlomeno meno bene del solito e peggio dei propri avversari, quindi, succede alle grandi squadre e a tutte quelle di personalità e carattere che non possono essere al 100% per l’intera stagione e, per raggiungere i grandi traguardi, hanno bisogno anche di quelle vittorie che si poggiano su altre virtù e pregi che non siano il gioco spumeggiante e l’armonia tra i reparti. Ci si può basare su una fase difensiva attenta e solida che ti permetta di non prendere gol e poi di farne almeno uno e portare a casa i tre punti, oppure su una reazione d’orgoglio, di forza di nervi e di carattere che possa portare a recuperare una situazione di svantaggio in pochi minuti, così come sarebbe successo sabato se fosse entrata la palla di Kessiè. L’Inter di Antonio Conte, ormai lanciatissima verso un meritatissimo scudetto, ne è l’esempio pratico, con la vittoria contro l’Atalanta che l’emblema di questa filosofia. Ma, allo stesso modo, si possono prendere come esempi anche la Juventus di Allegri e alcuni Milan del passato, come quelli di Capello e Zaccheroni (ovviamente senza generalizzare il tutto alla totalità delle loro esperienze in rossonero). Da qui in avanti il Milan è chiamato a nove finali e a non sbagliare più, se vorrà ottenere l’obiettivo e, vincere giocando male, sarà quantomeno un obbligo.

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