Milan-Atalanta, 0-3 a San Siro. Sul campo una squadra fragile, confusa, incapace ancora una volta di dare risposte tecniche e caratteriali all’altezza della propria storia. Ma oltre ai problemi tattici, oltre alla crisi di risultati e identità calcistica, resta impressa soprattutto un’immagine destinata a pesare più di tante analisi: le telecamere che inquadrano un padre e un figlio sorridenti ed esultanti mentre il Milan affonda. Non è una questione etnica, sarebbe miserabile ridurla a questo. Il nodo è culturale. Quella scena racconta forse meglio di qualsiasi comunicato la trasformazione progressiva del Diavolo in un prodotto globale, in un contenitore internazionale pensato più per il consumo turistico che per la passione viscerale di chi il rossonero lo vive come appartenenza totale, quasi religiosa. Perché il calcio italiano, soprattutto a Milano, non è mai stato semplice entertainment.
NON SI SOFFRE, SI FESTEGGIA
Il punto diventa allora molto più serio di una partita persa male. Una proprietà ha tutto il diritto di internazionalizzare il brand, ampliare il pubblico, cercare nuovi mercati. Ma esiste una linea sottile oltre la quale si rischia di snaturare il senso stesso del club. Il Milan non è una franchigia costruita per offrire una serata piacevole a prescindere dal risultato. È la squadra italiana più vincente d’Europa, un simbolo che si porta dietro una cultura sportiva fatta di tensione, orgoglio, sofferenza, memoria. In tribuna, storicamente, lo 0-3 non è mai stato un dettaglio da accompagnare con sorrisi e leggerezza. Ed è proprio questo il segnale inquietante: la sensazione che il sentimento profondo del tifoso tradizionale venga considerato secondario rispetto alla costruzione di un’esperienza globale, neutra, spendibile ovunque e da chiunque.
ALLARGHIAMO IL CERCHIO
Il rischio, però, non riguarda soltanto il Milan. Riguarda il futuro del calcio italiano. Per decenni le nostre squadre hanno avuto forza internazionale proprio grazie alla loro identità fortissima, al modo unico e persino estremo di vivere il calcio. Se quella cultura viene diluita, se l’italianità calcistica perde centralità dentro i suoi club simbolo, allora il danno diventa enorme e probabilmente irreversibile. Alcuni segnali si erano già intravisti altrove, anche alla Juventus, ma oggi il Milan rappresenta il caso più evidente e più delicato. Perché quando un club con quella storia smette di difendere la propria anima, il precedente diventa pericoloso per tutti. E a quel punto il problema non è più soltanto sportivo: è identitario. Inutile stupirsi, poi, di chi invoca e continua a invocare a gran voce Paolo Maldini.
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