La notte dei 22

Il calcio sa essere romantico soprattutto quando non cerca di esserlo. Il 5 ottobre 2003, un ragazzo brasiliano arrivato da poche settimane a Milano segnava il suo primo gol rossonero in un derby contro l’Inter. Cross di Gattuso, colpo di testa di Ricardo Kaká, vittoria per 3-1.

Ventitré anni dopo, ancora San Siro, ancora un derby finito 3-1 e ancora un numero 22 capace di lasciare il segno. Stavolta si chiama Diego Moreira, ha ventidue anni e probabilmente non avrebbe potuto immaginare una serata più significativa per entrare nel cuore dei milanisti.

Prima della partita, Kaká aveva ricevuto il riconoscimento per il suo ingresso nella Hall of Fame, senza riuscire a trattenere le lacrime davanti a quello stadio che gli aveva dedicato una parte importante della propria vita. Il vecchio coro della Curva Sud, «Siam venuti fin qua per vedere segnare Kaká», aveva riportato tutti indietro di vent’anni.

Poco dopo, proprio sotto gli occhi del brasiliano, un altro 22 avrebbe fatto parlare di sé. La tentazione di leggere in questa successione una sorta di passaggio di consegne è inevitabile. E per una volta non dipende soltanto dalla suggestione del numero.

La personalità, prima ancora del talento

Il derby di Moreira racconta infatti qualcosa che merita di essere osservato oltre i due assist e la splendida punizione del 3-1. Al quarto minuto il belga punta Carlos Augusto, lo supera e mette sulla testa di Pulisic il pallone del vantaggio. Sei minuti più tardi è ancora lui a disegnare, da calcio d’angolo, la traiettoria bassa che Rabiot trasforma nel raddoppio.

Due giocate differenti, entrambe decisive, dentro un avvio che mette l’Inter alle corde. Poi la partita cambia. Bastoni accorcia al 22’, i nerazzurri trovano campo e fiducia, Maignan deve compiere un intervento straordinario su Spence per evitare il pareggio. È proprio in quel momento, quando il Milan ha bisogno di interrompere la pressione avversaria, che Moreira si prende la responsabilità più pesante.

Barella commette fallo su Musah al limite dell’area, il pallone è lì, invitante e insieme ingombrante. Diego sceglie di calciare. Sinistro sopra la barriera, Martínez battuto, San Siro in piedi. Una punizione che il ragazzo, per sua stessa ammissione, non aveva mai trasformato in gol durante una partita ufficiale.

Il primo tentativo vincente arriva nella serata più esposta, con il risultato ancora in discussione. Non è soltanto una questione di qualità tecnica, evidente già nelle prime settimane milaniste. Conta la disinvoltura con cui Moreira affronta l’avversario, cerca la giocata e soprattutto non sembra avvertire il timore di sbagliare.

Anche nella ripresa, quando Amorim chiede maggiore sacrificio sulle corsie, il belga partecipa alla gestione del vantaggio. Una prestazione completa, nella quale il talento trova una dimensione collettiva. Ed è probabilmente questo il segnale più incoraggiante.

22: un numero che appartiene alla storia

Kaká aveva ventun anni quando cominciò a conquistare Milano. Moreira ne ha ventidue e una carriera ancora interamente da costruire. Sarebbe sbagliato sovrapporre due calciatori profondamente diversi per caratteristiche, ruolo e prospettive. Il brasiliano era un trequartista irripetibile per eleganza, progressione e capacità di attraversare il campo; Diego è un esterno che vive di accelerazioni, iniziativa e interpretazione degli spazi.

Eppure esiste un punto di contatto che rende meno azzardata l’idea di una successione almeno simbolica: entrambi hanno trovato nel derby, ancora giovanissimi, una serata capace di modificare la percezione del proprio talento. Kaká, nel 2003, annunciò davanti all’Inter che il Milan aveva trovato un campione.

Moreira, ieri, ha offerto la prima dimostrazione davvero importante di poter diventare un riferimento del Milan che verrà. La distanza fra queste due affermazioni è enorme, naturalmente, e sarà il tempo a misurarla. Intanto resta il significato di una coincidenza che lo stesso Diego ha contribuito a rendere ancora più bella.

Alla vigilia aveva parlato dell’onore di indossare il numero di Kaká e della responsabilità di meritarselo. Dopo la partita ha voluto ringraziarlo per essere venuto a San Siro, precisando di non voler essere il nuovo Kaká. Una lucidità che gli fa onore, perché le eredità più importanti non si raccolgono attraverso le imitazioni.

Si comincia piuttosto a meritarle costruendo una storia propria. Quella di Diego Moreira è appena iniziata, ma ha già trovato una pagina che difficilmente verrà dimenticata. E se davvero questa notte di Halloween dovesse diventare, un giorno, il primo capitolo di qualcosa di grande, sarà bello ricordare che tutto accadde mentre Ricardo Kaká era lì, nello stadio che lo aveva consacrato, a vedere un altro ragazzo festeggiare con il suo 22 sulle spalle.

 

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