Sembrava una trattativa complessa, e lo è diventata ancora di più. Ma non per motivi strettamente tecnici o economici. Il caso Jashari, centrocampista svizzero seguito dal Milan e ora finito in mezzo a una tempesta comunicativa generata – o forse meglio dire alimentata – proprio dal Bruges, apre una riflessione più ampia sul modo in cui il Diavolo gestisce certi dialoghi di mercato con realtà note per essere, diciamo così, complesse.
Era il 10 luglio quando dalla dirigenza belga filtrava un messaggio chiaro: «Qui in Belgio non si tratta a parole», quasi a voler blindare il silenzio attorno all’operazione. Un atteggiamento freddo e professionale, coerente con l’immagine che il Bruges aveva sempre voluto restituire anche in passato, ai tempi – non a caso – di Charles De Ketelaere. Ma nelle ultime 24 ore tutto è stato ribaltato.
Caso Jashari, un’escalation inaspettata: allenatore e capitano parlano (troppo)
Nel giro di una sola giornata, l’allenatore del Bruges si è espresso ben due volte su Jashari, utilizzando parole tutt’altro che sfumate. Non è usuale che un tecnico si esponga così apertamente su un giocatore nel pieno di una trattativa ancora fluida. Ma il vero corto circuito è arrivato poco dopo: a parlare è stato addirittura il capitano della squadra, arrivando a fissare un ipotetico prezzo per il suo compagno di squadra.
Una dinamica surreale, se si pensa al tentativo di mantenere la trattativa sotto controllo, lontana dai riflettori. Il messaggio è chiaro: il Bruges non sta solo parlando di Jashari, ma lo sta facendo in modo strategico, probabilmente per alzare la pressione sul Milan, provare a orientare l’opinione pubblica e, perché no, far lievitare il valore del cartellino del centrocampista elvetico.
Il precedente De Ketelaere insegna: serve una nuova strategia
In via Aldo Rossi, però, qualcuno dovrebbe iniziare a chiedersi se abbia davvero senso rientrare in dinamiche di questo tipo, soprattutto con un interlocutore che ha già dimostrato – nel recente passato – di saper giocare partite estenuanti e logoranti sul piano delle trattative.
Il caso De Ketelaere è ancora lì, a ricordare quanto sia stato lungo e complicato quel braccio di ferro. Alla fine, il belga è arrivato a Milano con grandi aspettative e un prezzo importante, ma senza riuscire a rispettare le attese nella sua prima stagione in rossonero. L’operazione ha inciso sia sul bilancio che sulla credibilità della dirigenza sportiva. E oggi, con Jashari, si rischia di ripercorrere lo stesso schema: un club che alza l’asticella, una comunicazione che si fa polemica e un’operazione che rischia di sfiancare il Milan prima ancora che il giocatore arrivi.
Quando il silenzio vale più delle parole
La questione centrale non è solo il valore di Jashari – 40 milioni di euro secondo il Bruges – ma il modo in cui il club belga ha deciso di gestire la vicenda. Dapprima il silenzio come stile, poi un crescendo di dichiarazioni e interferenze interne (l’allenatore, il capitano), che hanno finito per confondere e complicare la trattativa. Il Milan non può permettersi di farsi trascinare in queste sabbie mobili.
Bisogna iniziare a valutare non solo il valore tecnico del giocatore, ma anche il contesto, la cultura negoziale del club con cui si tratta e l’impatto mediatico e interno che certe operazioni rischiano di generare.
Una scelta di campo per il futuro
L’editoriale non vuole essere un attacco gratuito al Club Bruges – ognuno fa il suo gioco – ma una riflessione strategica per il Milan: ha davvero senso, oggi, investire energie, tempo e milioni in trattative così dispendiose sul piano comunicativo? È possibile che le stesse risorse vengano impiegate altrove, magari con club più inclini a uno scambio leale, veloce e orientato alla costruzione?
Perché il mercato non è solo una questione di numeri, ma anche di rapporti e di credibilità. E il Milan, che ha bisogno di consolidare il proprio progetto sportivo e manageriale, non può permettersi altri casi mediatici potenzialmente destabilizzanti.
Come ha detto qualcuno: «In Belgio non si tratta a parole». Ma a quanto pare, al Bruges le parole sono diventate l’arma principale. E forse il Milan dovrebbe essere il primo a smettere di ascoltarle.


