Ibrahimovic: “Sono io Babbo Natale: porto i regali ai miei 27 bambini, 2 in Svezia e 25 a Milanello”

Zlatan Ibrahimovic è il protagonista del settimanale Sportweek, inserto della Gazzetta dello Sport. Ecco un estratto della sua intervista.

“Sono iocentrico, se non avessi messo il mio io davanti a tutto non sarei qui. C’è solo un Ibra, no? Io. Ma nella mia vita, fuori dal campo, adesso prima di me ci sono i miei figli. Maximilian e Vincent vengono prima di tutto. Ovvio. E il mio conto in banca, no scherzo!“.

Sul Milan: “Forza Milan. Ho giocato in tanti club e ho rispetto per tutti i miei club. Grandi ricordi. Ma il Milan è il club dove mi sento a casa. Vado a Milanello ogni mattina e non ho fretta di tornare a casa, perché sono a casa. Mi sono sentito così la prima volta che sono venuto al Milan, era il 2010. Con Galliani e Berlusconi, con la squadra, tutti quelli che lavoravano lì, c’era un altro feeling, un’altra atmosfera. Ti facevano sentire a casa. ‘Sei a casa tua, fai quello che vuoi però devi portare i risultati’. Questo mi piaceva perché potevo essere me stesso e allo stesso tempo giocavo per uno dei club più grandi al mondo. Per questo per me il Milan è il top of the top. A Milano ho tanti amici, non sarà strano per me viverci anche quando avrò smesso di giocare: in questi dieci anni è cresciuta tanto, è molto internazionale, mi piace. E mi spiace per questo Covid-19…“.

Sugli errori: “Quando ero al Milan la prima volta con Onyewu però sono stato onesto e veloce, ho chiamato subito Galliani. Ho detto ascolta, no, non ho detto ascolta, ho detto scusa. Prima che ti chiamino altri, ti dico cosa è successo, bla bla bla fai quello che vuoi, prendi un mese di stipendio, accetto tutto. Poi lui è stato più grande di me, ha detto ‘noi siamo una famiglia, hai chiesto scusa, andiamo avanti”.

Su Babbo Natale: “Per me non chiedo mai niente. Sono io Babbo Natale, sono io che porto i regali a tutti i miei 27 bimbi: due sono in Svezia e gli altri 25 a Milanello. Quest’anno tanti complimenti, per quello che abbiamo fatto e per quello che stiamo facendo. Ne abbiamo perse pochissime (a Ibra non piace perdere). Non so se è grazie a me, ma qualcosa ho fatto, qualcosa ho portato dentro. Quando sono arrivato a gennaio scorso, il Milan era dodicesimo. E avevano già scritto il finale, avevano già giudicato prima di vedere i risultati: non c’era partita. Invece siamo arrivati al top, stiamo dimostrando di essere parte del top e ora bisogna continuare così“.

Milan: Zlatan Ibrahimovic - Milanpress, robe dell'altro diavolo
Milan: Zlatan Ibrahimovic – Milanpress, robe dell’altro diavolo

La personalità di Zlatan Ibrahimovic

Sull’essere rissoso: “Eh, sono rissoso è vero, la rissa mi fa sentire vivo. La prima della mia vita è stata contro me stesso, per capire chi ero, cosa volevo. L’unico vero enemy, nemico, ero io: quando ho vinto contro me stesso, ho iniziato a volare. Ero giovane, sfidando me stesso ho capito che potevo fare quello che volevo ed ero capace di farlo. Quando ho deciso di essere il numero uno al mondo. Più o meno avevo 13 o 14 anni. Avevo una fiducia troppo forte. Perché tutti erano contro di me, ero solo contro tutti, nessuno credeva in me. E dovevo crederci io. Quando chiedevo agli altri ‘cosa devo fare, come funziona?’, mi dicevano che nessuno era stato nella mia situazione. Allora lì ho capito, questa è la mia storia, devo scriverla io, devo fare tutto da solo“.

Sui rimpianti: “Non mi piace avere rimpianti. Ma uno ce l’ho in verità: non aver potuto incontrare dal vivo Muhammed Ali, era la mia inspiration. In questo mondo non sono così tanto impressed, impressionabile dalla gente e da quello che fa. Lui era il numero uno, un fenomeno per com’era, per quello che faceva“.

Sulla riconoscenza: “Sì, so dire grazie. Devo dirlo alla mia famiglia che è sempre con me, nei momenti belli e in quelli difficili. Quando è up e quando è down. Siamo molto uniti, sono sempre intorno a me“.

Sull’ansia: “Quella che metto agli altri o a me stesso? Io non ho ansie. Non avevo ansia neanche il frigorifero vuoto, quando non avevo da mangiare. Quello era istinto di sopravvivenza“.

Sull’invidia: “Cos’è invidia? Io non provo invidia. Non ho mai invidiato nessuno, neanche quegli con gli occhi azzurri che al campo di Malmoe sembravano più benvenuti di me. Erano sempre scelti prima di me. Io mi incazzavo. Mi sentivo diverso e mi sembrava strano, perché non conoscevo ancora questo mondo. Per me eravamo e siamo tutti uguali, blonde hair o black hair, biondi o neri. Poi ho fatto una ricerca di storia e ho scoperto che gli stranieri non hanno mai avuto tanto successo. E allora ho capito che conta da dove arrivi (anche se per me non conta), e questo mi ha fatto lavorare ancora di più per dimostrare che ero meglio di loro. Se qualcuno mi invidia, spero che trasformi questo in coraggio e forza di fare quello che vuol fare e che non riesce a fare“.

Sulla magia: “Ne ho fatte tante, troppe. La più importante è aver fatto la differenza in campo. A tanti sembra impossibile che io, alto quasi due metri, sia capace di fare quello che faccio. E non l’ho fatto solo una volta, l’ho fatto tante volte. Questo mi piace. Quando ero piccolo avevo in testa di diventare più completo possibile, non volevo essere bravo solo nel dribbling o nel tiro o di testa. Io volevo essere il più forte in tutto. Sono completo, questa è la mia magia“.

Sull’ostinazione: “Io sono focus. Quando faccio una cosa, devo raggiungerla. Quando sono in campo sono 200 per cento focus e pretendo lo stesso da tutti i compagni. Poi dopo scherziamo. Dopo“.

Sull’odio: “Odio è una parola brutta, odiare qualcuno è grave. Significa che hai passato il limite, nel mio mondo non c’è odio. Io non odio. Se mi chiedi cosa non mi piace, ti dico le persone false, ma se sei un po’ intelligente le riconosci, non c’è bisogno di odiarle. Io sono chi sono, ma posso essere anche il contrario, perché sono stato tutte e due: povero e ricco. Ecco, una cosa che non mi piace è questo mondo costruito, finto. I famosi salutano i famosi come se si conoscessero ‘ehi, ciao come stai?’. Io se non ti conosco, non ti conosco“.

Sui Palloni d’oro: “Oro come il Pallone d’oro? Non cambierei i miei 12 Guldbollen per uno di France Football. Perché per me significano continuità. Ho visto tanti che hanno vinto Mondiale, Europeo, Champions League, anche il Pallone d’oro, hanno avuto un anno meraviglioso, fantastico, poi dopo sono spariti. Invece io sono nel game da 25 anni. Sempre al top. Sempre al top. Allora non cambio niente per una cosa, perché una cosa è come un k.o., un colpo fortunato. Questo non è un one lucky shot. C’è una grande differenza“.

Milan: Zlatan Ibrahimovic con la maglia del Milan nella stagione 2011/12 - Milanpress, robe dell'altro diavolo
Milan: Zlatan Ibrahimovic con la maglia del Milan nella stagione 2011/12 – Milanpress, robe dell’altro diavolo

Le due V di Ibrahimovic: vittoria e vecchiaia

Sulla vittoria: “La vittoria è la mia droga. È difficile spiegare, però quando sono in campo io devo vincere. A tutti i costi, ma sempre. Ho un rating di vittorie in allenamento, nelle partitelle, del 95 per cento. Non è una bugia. Quando perdo si vede, ma non capita spesso perché non perdo. Sono troppo fissato di vincere, ma troppo. Forse si è capito anche con la squadra, come nel pareggio col Parma: forse sei mesi fa sarebbero stati contenti, invece stavolta erano tutti incazzati e il giorno dopo lo erano ancora. Così deve essere. (In assoluto, droga è una parola brutta. La gente che si droga è gente debole. Quelli che hanno tutto e si ammazzano non li rispetto. In strada c’è gente che non mangia, dorme sotto i ponti e non molla, perché è forte). Ho vinto in tutti i club dove ho giocato, ma quest’anno col Milan è di sicuro la sfida più bella e più difficile della mia carriera. E vediamo come finirà, perché se mi torna qualcosa sarà la vittoria più bella, il meglio che ho fatto. Non ho paura di sognare che possiamo riuscirci“.

Sulla vecchiaia: “Tutti dicono che sono vecchio perché ho 39 anni. Io non voglio avere vantaggi, voglio essere come gli altri, sullo stesso livello, alle stesse condizioni, così metto pressione a me stesso tutti i giorni. Ma la vecchiaia non mi fa paura. Tutte le volte che ho fatto dei programmi, non è andata come volevo. Sono più per il carpe diem. Ogni giorno è un nuovo giorno, quel che succede succede. Bisogna stare bene in salute innanzitutto e far stare bene tutti quelli che ti sono intorno, positive energy e positive vibes. Vibrazioni positive. Perché da un momento all’altro può cambiare tutto. Quando mio fratello šapko è morto, quando se l’è portato via a 40 anni in 14 mesi la leucemia, ho capito che la vita va veloce, devi stare bene, godere, perché non devi avere rimpianti“.

I compagni

“Ne scelgo undici per grandezza o per affetto. Quelli che mi hanno dato qualcosa. Ibra Ibra Ibra… No, faccio il serio: in porta c’è Buffon. Il più forte. Alla Juve abbiamo passato bei tempi. Quella era una squadra speciale, il mio primo top club. Tutti erano… come me con questi giovani del Milan (che… vedremo se in futuro parleranno di me!). Avevano tanto da insegnare, erano un esempio. Maxwell terzino sinistro, è mio amico. Poi se mettiamo animali, Nesta e Cannavaro centrali: quante risate con Fabio, mi portava a Napoli in scooter, era matto… ma io di più. Io ero giovane non avevo esperienza, Cannavaro e Thuram ne avevano troppa… Sarebbe bello giocare con loro oggi, ora sarebbe diverso. Terzino destro, Maicon: quando è arrivato non era considerato così forte come è diventato poi all’Inter: tre anni molto belli. Poi Nedved numero uno, lui mi ha migliorato più di tutti, di testa e nel mio gioco. Quando ho visto lui ho capito che quello che stavo facendo non bastava, dovevo fare di più. Nedved è una macchina di lavoro: lavorava prima durante e dopo l’allenamento. Fuori di testa. Poi Vieira e Xavi. Quel Barcellona era una squadra di fenomeni: primi sei mesi top, poi per colpa dell’allenatore (ndr, Guardiola) io non stavo bene… Posso mettere gente con cui non ho giocato? Forse terzino destro metto Cafu, più cattivo. L’attacco è facile: Zidane trequartista, quando entrava in campo lui faceva diventare tutti gli altri Zidane. Ronaldo il Fenomeno, il mio idolo. E Maradona, perché è il più forte di tutti i tempi. Sì, lui era più forte anche di me. Io questa volta sono allenatore, e un giorno chissà se lo sarò davvero“.

Daniele Minini
Daniele Minini
Giornalista pubblicista, appassionato di sport. 25 anni. Ho studiato lingue, sono laureato in Scienze della Comunicazione e frequento un Master in Giornalismo. Multitasking e sempre pronto a imparare.

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