Il derby del risveglio (l’ennesimo): quando il Diavolo disinnesca i prescelti (da tutti)

C’è un Milan per tutto l’anno e poi c’è il Milan contro l’Inter. Due squadre diverse, due atteggiamenti, due anime. Quella che ha vinto il derby ieri è la versione più inspiegabile in relazione alla “routine”: tatticamente affilata, mentalmente impermeabile. È il volto più autentico del Diavolo, quello che sa mordere dove fa più male. E se c’è una costante in questa stagione, è che Sergio Conceicao ha trovato il codice per disinnescare il meccanismo perfetto di Simone Inzaghi. Non una, ma quattro volte. Perché a conti fatti, l’unica vera criptonite dell’Inter in questa stagione si chiama Milan. In un’annata dove i rossoneri sono stati altalenanti, spaesati, costantemente fragili, nei derby hanno mostrato una lucidità e una intensità che si è vista pochissime altre volte.

Ma c’è anche un’altra verità che questo derby si è portato via. E riguarda, mi permetterete, la narrativa costruita attorno a questa Inter. La corsa al “Triplete” è stata una suggestione potente, ma pur sempre una suggestione. Sono trascorsi mesi a paragonare questa squadra a quella del 2010, dimenticando che quella di Mourinho era davvero uno squadrone irripetibile, non solo per talento e budget, ma anche per mentalità, cinismo, “ribellione” a un sistema ancora reduce in qualche modo da Calciopoli. L’Inter di oggi, forte e solidissima, resta schiava di un racconto iperbolico che le ha tolto lucidità nel momento clou. E, quando i sogni diventano gabbie, il risveglio è brusco. Il Milan di ieri, al netto dell’inizio decisamente balbettante, ha fatto saltare la serratura di quel castello narrativo con una semplicità disarmante.

Infine, un passaggio va dedicato a quelle che potremmo definire “cadute di stile“. Che compiono tutti, ci mancherebbe. Ma la scenata di Simone Inzaghi a fine partita – con la pretesa (assurda) di chiudere senza recupero – è l’epitome di un certo modo di vivere il “potere” calcistico. E se ci aggiungiamo l’iniziale proposta di rinvio post-mortem papale per Inter-Roma con una ventilata speranza di “riparlarne a maggio”, il quadro si fa grottesco. Si alimenta la sensazione che tra la dirigenza nerazzurra e i palazzi del nostro calcio ci sia una sorta di corsia preferenziale, dettata senz’altro dal fatto che oggi l’Inter è il club italiano più competitivo in Europa, ma il paradosso è che questa sensazione finisce per non aiutare neanche l’Inter stessa. Anche perché, alla fine, se in campo ci va il Taremi visto ieri sera, non può esserci corsia che tenga.

Insomma, anni fa il Milan veniva accusato di ogni tipo di manovra oscura perché “era il Milan di Berlusconi e Galliani“. Oggi, una certa dinamica sembra quasi “istituzionalizzata”. Ma ieri, per una sera, è bastato il campo a rimettere le cose al loro posto. E lì, il Milan ha parlato chiaro. Così come l’Inter parla chiaro sul campo da anni. E così – ancora – come il Milan ha fatto per anni quando arrivava a giocarsi tutto fino alla fine, provando pure la sensazione di perdere ogni traguardo. Amaramente. Nel 2005 fu l’Inter a esultare per una Coppa Italia dopo che il Milan si bevve in un sol colpo il campionato con la Juve e la Champions a Istanbul. Vent’anni dopo, per ora, ci vediamo a Roma. Il 14 maggio.

Milan: Tijjani Reijnders, Christian Pulisic, Strahinja Pavlovic, Luka Jovic, Theo Hernandez, Rafael Leao (Photo Credit: IPA Agency)
Milan: Tijjani Reijnders, Christian Pulisic, Strahinja Pavlovic, Luka Jovic, Theo Hernandez, Rafael Leao (Photo Credit: IPA Agency)

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