La Serie A deve ripartire, ma non ora

Quarto tampone, ancora positivo. Non ne esce Paulo Dyabla, come l’Italia e il mondo, che continua a essere malato di Coronavrius. Nonostante sia asintomatico e senza complicazioni, per fortuna, non riesce a guarire. E se non guariscono i calciatori è impossibile pensare alla ripartenza del settore calcio. È il terzo settore dopo il pubblico e gli investimenti finanziari del nostro paese e merita di ripartire come gli altri. Ma per farlo bisognerà attendere la massima sicurezza, non garantita in questo momento, e il pallone deve fare un passo di lato.

Nonostante le società stessero attrezzando le loro strutture per una graduale ripartenza, il governo ha scelto di non riaprirle. Quindi potremmo vedere Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku che si allenano a Parco Sempione e non a Milanello o Appiano Gentile, Edin Dzeko e Ciro Immobile che fanno le ripetute a Villa Borghese, anziché a Trigoria e Formello. Un controsenso che non lascia spiragli a un nuovo fischio d’inizio. E se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha aperto, il ministro per lo Sport Vincenzo Spadafora ha immediatamente chiuso: “Tornare ad allenarsi non significa tornare a giocare. Invito i club a pensare alla prossima stagione”, ha dichiarato questa mattina a “Una vita da pecora, su Rai Radio 1.

Le date cerchiate in rosso per tornare sul campo erano il 27 e il 28 maggio, destinate fatalmente a slittare ancora una volta. L’aspetto economico è centrale nella questione. Perdere la stagione significa perdere gli investimenti, perdere le prospettive ma, soprattutto danneggiare tanti – troppi – settori collegati. Quando si parla di economia del pallone non bisogna certo pensare solo ai 31 milioni di euro netti che guadagna Cristiano Ronaldo alla Juventus, ma a tutte le persone che costituiscono il terzo settore produttivo di questo paese, dopo il pubblico e gli investimenti. Un settore che si finanzia con il gettito fiscale dello sport stesso: circa il 70% deriva dal calcio professionistico.

È è una macchina costruita da tante persone. Il calcio non è fatto solamente da chi va in campo, che arriverà bene a fine mese anche senza giocare, ma anche di collaboratori, magazzinieri e tutto il personale delle strutture che non ha certo stipendi milionari e nonostante gli sforzi dei club, rischia di non salvaguardare il proprio stipendio. Inoltre la singola squadra, intesa come azienda, finirà per entrare in crisi senza il panorama mediatico e finanziario che le gira attorno.

La parte più cospicua a bilancio è formata dai diritti televisivi, che le pay tv corrisponde alla Lega e, successivamente, ripartiti tra i vari club. Per il 2019/20 rimane aperto il contenzioso sul pagamento dell’ultima tranche di questi soldi, dato che Sky e Dazn – che detengono i diritti televisivi del calcio nel nostro  paese – vogliono sospenderla perché non hanno ritorno da parte degli abbonati. Anche il settore giornalistico ne risentirà: molti stanno sospendendo i propri abbonamenti per tagliare le spese e soprattutto ora sono “inutili” senza calcio giocato.

Ipotizzare una ripartenza è difficile, così come per il resto del paese. Il calcio non può prescindere dall’essere uno sport di contatto, veicolo più efficace della trasmissione del virus. Idee “particolari” non sono mancate. Il ministro dello Sport spagnolo Josè Uribes ha ipotizzato il gioco con palloni sanificati e nessuna mischia in situazioni di palla inattiva. Uno snaturamento dello sport che ne toglierebbe il senso stesso. In Olanda si sono rassegnati prima di tutti a cancellare l’Eredevise: titolo non assegnato, promozioni e retrocessioni bloccate.

La Francia sta seguendo la deriva. Ieri il premier Edouard Philippe ha invitato a dimenticarsi il calcio fino a settembre. Difficile che la Ligue 1 possa aspettare così tanto per riprendere la stagione in corso e si rassegnerà alla cancellazione della stessa. La Germania, prima del rialzo della curva dei contagi in seguito alle prime riaperture, era la nazione più fiduciosa. Addirittura la Bundesliga sarebbe potuta ripartire il weekend del 9 maggio, ma ora si va verso l’inizio di giugno. Sarà decisivo l’intervento di domani della cancelliera Angela Merkel. Nel Regno Unito, il primo ministro Boris Johnson prosegue con il lockdown e la Premier League spera di poter rimettere in piedi la sua stagione a giugno, intanto i centri sportivi hanno riaperto e, a Londra, Arsenal e Tottenham sono tornate al lavoro con allenamenti individuali.

La Uefa nel frattempo rimane alla finestra per capire se e come completare Champions e Europa League 2019/2020. L’Italia guarda e aspetta. Perché alla fine, il calcio non è un settore così diverso – e meno importante – degli altri.

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