Olimpia Milano, Messina: “Pioli ha usato un concetto bellissimo: conoscersi. Ecco cosa significa”

Olimpia Milano: Ettore Messina - MilanPress, robe dell’altro diavolo
Olimpia Milano: Ettore Messina - MilanPress, robe dell’altro diavolo

Nel corso dell’evento organizzato nella serata di ieri alla House of BMW, al quale hanno partecipato Stefano Pioli ed Ettore Messina in rappresentanza di Milan e Olimpia Milano, Campioni d’Italia nei rispettivi sport. Ecco le parole del coach della squadra di basket.

La cosa più importante parlando di squadre e allenatori è capire cosa significhi essere un vincente. In Italia si tende a creare una forte distinzione tra chi arriva primo e tutti gli altri. Noi vogliamo vincere nel senso che vogliamo essere la miglior versione di noi stessi. In genere vince chi riesce ad essere al top nel momento cruciale della stagione perché essere sempre al meglio non è possibile. E non tutto può andare bene per tutto l’anno“.

Sulla storia: “Da noi lo stimolo viene dal passato del club. Ogni mattina passiamo per una galleria dove vediamo leggende di cui vogliamo essere all’altezza. Noi giochiamo a basket in una città dove ci sono Milan e Inter, ma ci sono mille altre attività, quindi sta a noi costruire un legame. Ma veniamo da un’esperienza gratificante con una serie di tre esauriti consecutivi e buone affluenze anche nelle serie precedenti. Abbiamo avuto un grande sostegno dal pubblico che ci ha spinto sempre non solo quando le cose andavano bene. Forse a Milano non succedeva da tempo. In panchina sentivo che il pubblico ci spingeva ad andare in contropiede, a difendere e l’ha fatto per tutta la serie finale. Questo è uno stimolo per noi, vogliamo affetto continuo come è stato in finale. La stessa campagna abbonamenti ci sta dando segnali molto incoraggianti“.

Sullo staff: “Sentivo che Stefano Pioli al Milan ha 10 assistenti. Io mi ritengo fortunato perché ho quattro assistenti e due video analisti. Nel 1989 quando ho cominciato ne avevo uno e mezzo. Oggi un coach coordina specialisti di alto livello e poi mette assieme le loro opinioni per prendere decisioni tecniche e tattiche. Poi la comunicazione è cambiata. Io da assistente tagliavo le partite con il vhs e impiegavo tre ore. Ora invece di fare una riunione mandi tre clip via whatsapp ad un giocatore e ottieni un risultato migliore. Così non sente nemmeno la tua voce. A San Antonio, Coach Popovich era spaventato dalle troppe volte in cui vedeva i giocatori: preferiva fare una riunione in meno, un allenamento in meno, una cena di squadra in meno piuttosto che correre il rischio di farsi vedere troppo. È cambiato tutto“.

E conclude: “Stefano Pioli ha usato un concetto bellissimo: conoscersi. Conoscersi vuol dire accettare quelle che sono abitudini, culture, religioni o anche solo come ti prepari ad una partita e come intendi lo sport. Qui ad esempio la figura del Coach è interpretata diversamente da come la interpreta un serbo o un americano o un africano. Qualcuno ti vuole più pressane altri meno, perché sono abituati così. Qualche volta ci riesci e altre volte no. Rispetto alla percezione pubblica, un allenatore è conscio che nel concetto di gruppo non è vero che tutti devono fare le stesse cose. Se vedi uno con la cuffia non è che non fa gruppo ma magari ascolta solo musica diversa. Non tutti possono vedere lo stesso film e chi non lo guarda non è un asociale“.