Una settimana di rivoluzione, colloqui e idee poco chiare. Così si potrebbero riassumere i primi giorni alla guida del triumvirato Cardinale-Ibrahimovic-Calvelli in casa Milan. Dalle stanze del potere rossonero filtra la volontà di individuare un allenatore “alla Fabregas“. Un’etichetta che dovrebbe evocare modernità, idee, calcio propositivo e capacità di valorizzare il patrimonio tecnico. Peccato che al Milan si stia partendo dalla fine invece che dall’inizio.
Prima l’allenatore, poi ad e ds: siamo alle solite
Prima di scegliere chi dovrà sedersi in panchina, una società dovrebbe chiarire chi prende le decisioni, come vengono prese e quale direzione strategica intende seguire. Oggi, invece, il club si ritrova senza due figure centrali come l’amministratore delegato e il direttore sportivo, ruoli che in qualsiasi organizzazione calcistica rappresentano la spina dorsale del processo decisionale. Eppure la priorità sembra essere la ricerca del nuovo tecnico.
È un errore di metodo prima ancora che di merito. Perché un allenatore non può essere il punto di partenza di un progetto, ne è piuttosto la conseguenza. Prima si definisce l’identità del club, poi si costruisce la struttura dirigenziale che dovrà sostenerla, infine si individua il profilo tecnico più coerente con quella visione. Quando manca un progetto, però…
Il Milan e il profilo “alla Fabregas”
Il problema vero è che emerge l’esatto contrario. Osservando i movimenti e le indiscrezioni degli ultimi giorni, da una parte si racconta la ricerca di un allenatore con caratteristiche ben precise, quasi un profilo riconducibile a Cesc Fabregas. Dall’altra, però, il casting rossonero sembra seguire logiche opposte.
Nelle ultime settimane sono stati accostati al Milan allenatori come Andoni Iraola, esponente di un calcio intenso e verticale, Xavi, figlio della tradizione del possesso e della scuola catalana, Mauricio Pochettino, abituato a gestire contesti internazionali di altissimo livello senza mai dare un’identità chiara, Oliver Glasner, interprete di principi tattici più difensivi, Matthias Jaissle, cresciuto all’interno dell’universo Red Bull, e Arne Slot, che rappresenta un ulteriore modello tecnico.
Profili tutti legittimi, alcuni anche molto affascinanti, ma accomunati da una sola caratteristica: la difficoltà di ricondurli a un’unica idea di calcio e di costruzione societaria. Se l’obiettivo fosse davvero individuare un tecnico riconducibile a un modello preciso, il campo dei candidati dovrebbe restringersi in maniera naturale. Invece si allarga in continuazione, inglobando figure che sembrano rispondere a criteri diversi di volta in volta. Il risultato è la sensazione che non esista una linea guida, ma soltanto valutazioni scollegate tra loro.
La preoccupazione
Ed è qui che nasce la preoccupazione più grande. Non tanto per il nome che verrà scelto, bensì per il processo che porterà a quella scelta. I grandi club, se il Milan può essere considerato ancora tale, non possono permettersi di trasmettere l’impressione di navigare a vista.
La proprietà, nelle figure di Gerry Cardinale, Zlatan Ibrahimovic e Massimo Calvelli, ha oggi la responsabilità di dimostrare che dietro le decisioni esiste una visione. Finora, però, i segnali raccontano il contrario. E allora la questione non è trovare un allenatore “alla Fabregas“. La questione è capire quale Milan si voglia costruire nei prossimi anni. Perché senza una risposta chiara a questa domanda, qualsiasi scelta rischia di apparire casuale.



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