C’è un modo, nel calcio, per dire le cose senza dirle: si chiama formazione titolare. Sabato, quando il Milan scenderà in campo al Celtic Park per la prima uscita stagionale, Ruben Amorim avrà a disposizione uno strumento di comunicazione più efficace di qualsiasi conferenza stampa. Ancora senza Luka Modric e Adrien Rabiot in mediana, dovrà schierare gli stessi nomi che hanno chiuso la scorsa annata, per certificare senza mezzi termini che il mercato rossonero, dopo lo scatto di inizio estate, ha bisogno di una seconda accelerata.
Il colpo doppio di inizio luglio aveva acceso l’entusiasmo di Milanello: Gonçalo Ramos a completare l’attacco, Mario Gila a irrobustire una difesa che ne aveva bisogno da tempo. Due operazioni chiare, mirate, quasi didattiche nel loro individuare un problema e risolverlo. Poi, però, il motore si è inceppato proprio dove ci si aspettava il passo più deciso: in mezzo al campo, il reparto che più di ogni altro porta i segni dell’usura di una stagione lunga e di una rosa che ha perso pezzi. Loftus-Cheek è considerato in uscita, Fofana ascolta le sirene di Francia e Turchia e non sembra essere il perno del centrocampo di Amorim. Ci sono poi Ricci e Jashari che l’anno scorso non hanno convinto e con loro il giovanissimo Comotto.
Restano, di fatto, un croato che ha superato abbondantemente i quarant’anni e un francese arrivato con l’etichetta di rinforzo d’esperienza più che di garanzia sul lungo periodo. Non è un caso che i nomi circolati nelle ultime settimane raccontino esattamente questa urgenza duplice: un mediano di sostanza come Hojbjerg, che ritroverebbe in rossonero l’affinità già sperimentata a Marsiglia con Rabiot, e un trequartista giovane e di prospettiva da scegliere fra i vari Alajbegovic e Karetsas. Due profili diversi per età e funzione, ma che rispondono alla stessa domanda: chi giocherà accanto o davanti a Modric quando il calendario si farà serio? Perché se è vero che il croato ha ritrovato la voglia di restare un altro anno, è altrettanto vero che nessun allenatore costruisce un progetto pluriennale facendo perno su un giocatore che di anni ne ha già dati parecchi al calcio che conta.
Ecco perché la scelta di sabato assume un peso che va oltre l’amichevole in sé. La gara di fine luglio contro il Celtic non stabilisce nulla in termini di classifica, ma dirà molto sulla priorità di chi la prepara. Se Amorim si ritroverà a schierare la stessa mediana di maggio, non sarà per pigrizia tattica: sarà perché al momento non ha alternative reali da mandare in campo, e ogni allenatore, quando i cassetti sono vuoti, finisce per usare ciò che ha.
È un modo indiretto, ma nemmeno troppo, per bussare alla porta della dirigenza e ricordare che i tifosi non hanno dimenticato le difficoltà di centrocampo dello scorso campionato e che vederle riproposte anche nei test estivi rischia di trasformarsi in un campanello d’allarme prima ancora che inizi la stagione vera.
C’è poi un aspetto più sottile, quasi psicologico. Un allenatore che debutta con una nuova squadra cerca sempre di mandare segnali precisi, alla squadra e alla società: dove serve intervenire, cosa manca, quali equilibri vanno protetti. Schierare, per esempio, Fofana e Loftus equivale a scrivere, senza usare una sola parola, che il centrocampo resta il cantiere aperto più delicato dell’estate rossonera. E i cantieri aperti, si sa, prima o poi devono chiudersi: la sensazione, guardando il calendario che porta dritto al 25 luglio, è che il Milan abbia ancora qualche settimana per farlo, ma che il tempo a disposizione stia iniziando a essere meno comodo di quanto sembrasse a inizio mercato.



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