Il Milan deve smettere di vivere all’altezza del proprio passato

«Il Milan è come un dinosauro: è un gigante, ha una storia immensa, però non esiste più». Utilizzavano questa frase i colleghi di ESPN USA per raccontare il Milan un anno fa dopo la sconfitta contro il Feyenoord che portò all’eliminazione in Champions League.

Una bussola impazzita

Da lì in avanti, in effetti, le cose non sono cambiate. Anzi. Il Diavolo continua a muoversi come una bussola impazzita, incapace di trovare una direzione stabile. Sconfitte, malumori, rivoluzioni annunciate e continui cambi di strategia tra la fine di una stagione e l’inizio della successiva.

I quattro addii ufficializzati la scorsa settimana, dal CEO all’allenatore, riportano il club davanti all’ennesimo bivio. A guidare la ripartenza ci saranno Gerry Cardinale e (di nuovo) Zlatan Ibrahimovic, con la figura di Massimo Calvelli destinata ad assumere un peso sempre più rilevante nelle scelte del Milan che verrà.

La troppa fretta

Il nodo centrale resta forse la volontà di tornare immediatamente tra le grandi del calcio italiano ed europeo. Un’ambizione legittima, ma nascosta molto bene, diventata in queste settimane un delirio. Forse è proprio qui che si nasconde l’origine di molti errori, e la speranza è che sia la troppa fretta nel voler riportare il Milan dove la sua storia suggerisce ad aver finito per condizionare ogni decisione, condivisa o meno.

Il problema è che quel Milan non esiste più. O, quantomeno, non esiste nella forma in cui viene ancora immaginato. Forse la scelta più intelligente sarebbe accettare una realtà scomoda: ricostruire con continuità, anche a costo di rinunciare a qualcosa nell’immediato.

Pazienza prima di tutto

I progetti pensati per accelerare i tempi attraverso determinate vedute per tornare a vincere subito hanno prodotto più delusioni che risultati. Servirebbe un percorso diverso, fondato su una parola che nel calcio italiano, soprattutto ai vertici, viene pronunciata sempre troppo poco: pazienza.

Un allenatore giovane, una squadra affamata, una società capace di proteggere le proprie scelte anche nei momenti difficili. Non sembra una formula rivoluzionaria, eppure è proprio ciò che è mancato negli ultimi anni.

Per tornare grande, il Milan deve prima smettere di vivere all’altezza del proprio passato. Deve accettare di essere un club da ricostruire, non uno da restaurare. Solo così potrà tornare “il” Milan.

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