«Cambio il Milan», «Milan, cambio». Due anni dopo, l’intervista di Cardinale lo costringe eticamente a non sbagliare più

Non è un déjà-vu. O almeno, il Milan spera che non lo sia. Due anni dopo la prima intervista concessa da Gerry Cardinale alla Gazzetta dello Sport – con un titolo che oggi ricorda in modo quasi inquietante quello di allora – il problema non è più quello che viene detto, ma quello che nel frattempo si è visto. E il bilancio, fin qui, resta povero. Perché al netto di una Supercoppa Italiana vinta quasi per inerzia emotiva dentro un percorso discontinuo, il Milan non ha mai dato davvero l’impressione di aver costruito una direzione chiara, soprattutto dal punto di vista identitario. Questo rende inevitabilmente prudente qualsiasi entusiasmo attorno alle nuove dichiarazioni della proprietà.

Dove nasce la distanza col mondo rossonero

Nella nuova intervista si percepisce un tentativo di avvicinarsi di più alla dimensione emotiva del club, anche se il tema economico resta comunque presente, solo raccontato in modo più sfumato rispetto al passato. Meno numeri esibiti, ma la sensazione è che la visione aziendale continui a prevalere su quella sportiva. Ed è proprio qui che nasce la distanza con buona parte del mondo rossonero. Anche il riferimento a Ibrahimović va letto in questa chiave. Da calciatore è stato spesso il simbolo del carattere e della sopravvivenza del Milan nei momenti difficili. Da dirigente, invece, la sua prima esperienza non ha lasciato grandi certezze. E oggi anche lui deve dimostrare di aver imparato da una stagione piena di confusione, dentro e fuori dal campo.

Il Milan non può più perdere identità

Il Milan può anche non tornare immediatamente a vincere, perché certe ricostruzioni richiedono tempo. Ma quello che non può permettersi di perdere ancora è la propria identità. La mentalità Milan non è soltanto una questione di risultati: è riconoscersi nelle scelte, nella leadership, nella sensibilità verso ciò che questo club rappresenta. E questa è probabilmente la sfida più difficile per una proprietà che arriva da un’altra cultura sportiva. Il cuore rossonero non si compra e non si eredita automaticamente. Si capisce e si coccola col tempo, con gli errori, ma soprattutto con la volontà reale di entrare dentro la storia del Milan. Non semplicemente di amministrarla.

 

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