Il mercato è finito e sarebbe troppo semplice giudicarlo soltanto attraverso la somma di acquisti e cessioni. Questa estate ha raccontato qualcosa di più importante sul Milan: una società può avere idee, disponibilità economica e una proprietà finalmente più presente, ma senza determinate competenze nella propria struttura rischia comunque di perdere il controllo delle situazioni.
Il dietrofront su Tomori, prima accompagnato verso l’uscita e poi riportato dentro il progetto, e la trattativa per Fofana saltata quando sembrava indirizzata verso la conclusione sono vicende differenti, ma lasciano la stessa sensazione: in alcuni momenti il Milan ha inseguito gli eventi anziché governarli. E nel calciomercato italiano, fatto anche di rapporti, tempi, incastri e dinamiche non scritte, il rischio è quello di trasformare un problema tecnico in una brutta figura.
Tra Cardinale e Amorim serve mestiere
La presenza di Gerry Cardinale durante questa sessione è stata una novità importante e va riconosciuta. Ruben Amorim, dall’altra parte, ha inevitabilmente inciso sulla costruzione della squadra indicando caratteristiche e priorità. Ma proprietà e allenatore non possono essere gli estremi di una linea senza qualcuno nel mezzo.
Serve una figura apicale con esperienza sportiva vera, capace di conoscere il mercato, i procuratori, le società e soprattutto di anticipare le situazioni prima di doverle rincorrere. Qualcuno con l’autorevolezza per dire no ad Amorim quando una richiesta non è conveniente e, allo stesso tempo, spiegare a Cardinale perché talvolta investire qualcosa in più significa evitare problemi ben più costosi. Non serve reinventare un ruolo: serve affidarlo a qualcuno che quel mestiere lo conosca già.
Tra Gila e Diawara esiste un mercato
C’è poi un altro limite che questa estate ha mostrato. È comprensibile non voler spendere trenta milioni per qualsiasi giocatore e puntare anche su giovani che possano crescere di valore. Ma tra un investimento importante e una scommessa esiste un mondo di calciatori da dieci o quindici milioni, magari meno futuribili ma già pronti per sostenere il livello richiesto dal Milan.
Una grande squadra non può permettersi una distanza eccessiva tra titolari e alternative, perché gli obiettivi sportivi sono anche obiettivi economici: perdere competitività significa mettere a rischio qualificazioni, premi, ricavi e valore della rosa. A quel punto il risparmio iniziale rischia di diventare soltanto un costo spostato più avanti.
Il prossimo acquisto deve essere un dirigente
Amorim può rappresentare l’inizio di un ciclo e la maggiore presenza di Cardinale un segnale positivo, ma il mercato appena concluso dovrebbe aver lasciato una lezione: impegno e buone intenzioni non sostituiscono l’esperienza. Il tifoso può concedere tempo a un progetto e accettare persino qualche errore, molto meno facilmente può accettare retromarce e trattative sfumate che trasmettano improvvisazione.
Gennaio è distante appena quattro mesi: prima ancora di chiedersi quale giocatore servirà al Milan, sarebbe opportuno stabilire chi dovrà sceglierlo, trattarlo e spiegare perché sia quello giusto. Perché Cardinale può mettere i soldi e Amorim indicare ciò che gli serve. Ma tra i due serve qualcuno che sappia come si fa mercato.



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