Il Milan potrebbe presto affidare le chiavi della propria area sportiva a Markus Krösche. Il dirigente tedesco, reduce dalla separazione con l’Eintracht Francoforte, è tornato prepotentemente nei pensieri di Gerry Cardinale, che già durante l’estate aveva individuato in lui il profilo ideale per completare la struttura dirigenziale rossonera. La trattativa non è ancora definita, ma il suo possibile arrivo porta con sé un interrogativo che va ben oltre l’organigramma societario: quale idea di Milan potrebbe nascere dalla sua gestione?
Un club capace di scoprire talenti, valorizzarli e rivenderli a cifre straordinarie, come accaduto ripetutamente a Francoforte? Oppure una società che torni ad avere una figura centrale, autorevole e capace di costruire un progetto orientato principalmente alla vittoria, come avveniva durante la gestione di Paolo Maldini? I tifosi, manco a chiederlo, sceglierebbero la seconda filosofia. Entrambe però, ovviamente, meritano un approfondimento per capire dove e come si collocherebbe il futuro prossimo del Milan. Due filosofie apparentemente lontane, che raccontano modi differenti di interpretare il calcio. E una risposta che, probabilmente, non dovrebbe trovarsi completamente né nell’una né nell’altra direzione.
Quel paragone con Maldini che va maneggiato con cura
Le indiscrezioni raccontano di un possibile incarico da Head of Football, con responsabilità estese sull’intera area sportiva. Un ruolo che, almeno nelle competenze, potrebbe ricordare quello ricoperto da Paolo Maldini durante la sua esperienza dirigenziale. Il paragone, naturalmente, deve fermarsi qui. Maldini non era soltanto un dirigente. Era la storia del Milan all’interno del club, un riferimento per i calciatori e una figura capace di trasmettere il significato di indossare una maglia che non può essere considerata come tutte le altre. Un’autorevolezza che nessuna nomina può garantire e che sarebbe ingiusto pretendere da Krösche.
Ma esiste un aspetto di quella gestione che il Milan farebbe bene a recuperare: la centralità del progetto sportivo nelle decisioni societarie. La capacità di costruire una squadra seguendo una visione riconoscibile, mantenere un rapporto diretto con l’allenatore e assumersi la responsabilità delle scelte. Maldini, insieme alla struttura dirigenziale dell’epoca, contribuì alla costruzione del Milan dello scudetto del 2022, dimostrando che anche all’interno di vincoli economici precisi è possibile perseguire un obiettivo ambizioso. Non serve, dunque, un nuovo Maldini. Serve qualcuno che restituisca continuità, competenza e autorevolezza al progetto tecnico rossonero.
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Krösche e l’Eintracht: un player trading che fa storcere il naso ai tifosi
L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal curriculum del dirigente tedesco. All’Eintracht Francoforte, Krösche ha costruito un modello capace di generare enormi ricavi attraverso scouting, valorizzazione e cessioni. Il caso più emblematico è quello di Randal Kolo Muani, adesso alla Juventus, arrivato a parametro zero e rivenduto al Paris Saint-Germain per circa 95 milioni di euro. Un percorso simile a quello di Omar Marmoush, acquistato senza costo di cartellino e ceduto al Manchester City per circa 75 milioni. A questi si aggiungono operazioni come quelle di Willian Pacho e Hugo Ekitike, capaci di produrre incassi considerevoli rispetto agli investimenti iniziali.
Non si tratta semplicemente di comprare a poco e vendere a tanto. Dietro questi risultati ci sono programmazione, una rete di osservatori efficiente e soprattutto la capacità di riconoscere il valore di un calciatore prima che diventi evidente a tutti. Krösche non ha soltanto realizzato grandi plusvalenze: ha costruito un sistema capace di produrre valore con continuità. Una competenza preziosa nel calcio contemporaneo, ma che apre inevitabilmente una questione delicata.
Il player trading funziona. Ma il Milan non può diventare soltanto questo
Per una società come l’Eintracht, il player trading rappresenta uno strumento fondamentale di crescita. Individuare talenti, valorizzarli e cederli alle grandi potenze europee permette di reinvestire e mantenere competitivo il progetto. Ma il Milan è un’altra cosa. Non perché possa ignorare le regole economiche del calcio moderno. Anche i rossoneri devono confrontarsi con bilanci, sostenibilità e necessità di autofinanziamento. E lo abbiamo visto. La differenza riguarda piuttosto le ambizioni e il ruolo che il club vuole tornare a occupare nel panorama europeo.
Il Milan non può essere soltanto la società che scopre i campioni destinati a vincere altrove. Deve tornare a essere anche quella nella quale quei campioni vogliono restare per vincere. È questo il confine tra un modello economicamente efficace e un progetto sportivo realmente ambizioso. Il tifoso può comprendere una cessione importante, soprattutto davanti a offerte difficilmente rifiutabili. Quello che fatica ad accettare è l’idea che ogni calciatore venga considerato principalmente come un patrimonio da rivalutare e rivendere.
Perché una squadra non può vivere in una ricostruzione permanente. Se ogni talento viene ceduto nel momento della piena maturità, il rischio è quello di non raccogliere mai fino in fondo i frutti del lavoro compiuto. E il Milan, dopo anni di cambiamenti, ha bisogno soprattutto di continuità.
Vincere e valorizzare: la sfida del nuovo Milan
Sarebbe però ingeneroso descrivere Krösche come un dirigente interessato esclusivamente alle plusvalenze. Il suo Eintracht ha conquistato l’Europa League nel 2022 e raggiunto risultati importanti anche in Bundesliga, dimostrando che valorizzazione economica e competitività sportiva possono convivere. Il problema, dunque, non è il player trading in sé. È stabilire se debba rappresentare il fine oppure uno strumento per costruire una squadra vincente. Ed è qui che entrerebbe in gioco anche la proprietà.
Un eventuale incarico da Head of Football avrebbe significato soltanto se accompagnato da responsabilità chiare e da una reale possibilità di incidere sulle decisioni. Krösche dovrebbe poter costruire una visione condivisa con Cardinale e Amorim, senza essere giudicato esclusivamente sulla capacità di generare ricavi dalle cessioni. A Milano, rispetto a Francoforte, cambierebbe soprattutto la misura del successo: non basterebbe scoprire il prossimo talento da vendere a una cifra record. Bisognerebbe costruire una squadra capace di competere stabilmente per lo scudetto e tornare protagonista in Champions League.
Krösche, la strada giusta è tra i due modelli
Ed eccoci al punto. Il Milan non deve chiedere a Krösche di diventare il nuovo Paolo Maldini. Non sarebbe e non deve essere possibile. Ma non dovrebbe nemmeno chiedergli di trasferire integralmente a Milano il modello Eintracht, trasformando la compravendita dei calciatori nel principale indicatore del successo. La strada giusta è nel mezzo. Recuperare dalla gestione Maldini la centralità del progetto sportivo, l’autorevolezza delle scelte tecniche e la convinzione che il Milan debba sempre costruire per vincere. Portare dall’esperienza di Krösche la capacità di anticipare il mercato, individuare opportunità e garantire sostenibilità attraverso una programmazione intelligente.
Due filosofie che non devono necessariamente escludersi. Perché il Milan deve saper acquistare un giovane prima che diventi un campione, ma deve anche avere la forza di trattenerlo quando quel campione può fare la differenza. Deve saper realizzare una grande plusvalenza, senza trasformare ogni stagione nell’anticamera della successiva rivoluzione. Il Milan non deve scegliere tra essere una società sostenibile e una società vincente. Deve imparare a essere entrambe.
E forse è proprio questa la missione più difficile che attenderebbe Markus Krösche. Non diventare il nuovo Maldini. Non trasformare Milanello in una succursale del modello Eintracht. Ma costruire un Milan capace di generare valore senza perdere la propria ambizione. Perché le plusvalenze aiutano a far crescere una società. Sono le vittorie, però, a renderla grande.


