Paolo Maldini ha rilasciato una lunghissima intervista al Corriere della Sera per parlare della breve esperienza in nazionale. Di seguito alcune delle dichiarazioni di Maldini.
Maldini sul suo carattere difficile
«Non lo so. Sono gli altri a giudicarmi; e non si può piacere a tutti. Io tengo a fare le cose per bene. E tengo a dire le cose chiaramente. Le persone che hanno lavorato con me, i miei compagni di squadra, i colleghi di cinque anni al Milan da dirigente, mi conoscono bene.
Se un uomo che cerca di far valere il proprio ruolo e di difendere le proprie mansioni è intransigente, io sono intransigente. Se una persona che si prende le proprie responsabilità, che cerca di vincere e di accettare le sconfitte è intransigente, allora io sono intransigente. Però ho una fortuna, che mi viene dai miei 25 anni di carriera».
Sulla sua fortuna
«Non sono attaccato alla poltrona. Mi sento molto libero nelle mie scelte. Grazie a Dio non ho necessità economiche. Quello che mi porta ad accettare i ruoli è la possibilità di eseguirli, di dare il mio contributo. Mi dispiace che questa cosa sia vista come arroganza o intransigenza. Ma se vengo indicato come responsabile, mi sento in dovere di esserlo».
Sulla breve esperienza in nazionale
«Malagò mi ha chiamato a Pasqua, dicendo: c’è la possibilità che io diventi presidente della Figc; tu sei la persona che vorrei avere con me. Io gli ho dato la mia disponibilità. Nel calcio per me esistono solo due cose: il Milan e la Nazionale. Poi non l’ho più sentito. Il giorno prima delle elezioni, Malagò richiama: domani si vota, ci sono buone possibilità, ti vorrei a bordo. Rispondo: parliamone. Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano».
Se c’era bisogno di Leonardo
«Condivido con lui amicizia, valori, principi. Leo ha una grande capacità organizzativa, oltre che una grande intesa con me. Così siamo partiti. E abbiamo pensato a un nuovo ruolo: la direzione tecnica. La direzione tecnica non è mai stata nell’organigramma della Nazionale: l’allenatore faceva riferimento direttamente al presidente. Però non era giusto: l’allenatore ha bisogno di confrontarsi».
Su cosa è successo poi
«Poi i patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto. Accettare senza sapere chi sceglieva il ct? Infatti per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse».
Su Pirlo
«La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva. E volevamo un allenatore giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale. I nomi erano tre».
Sulle alternative a Pirlo
«Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo. Ma il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione, con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi. Una telefonata al migliore allenatore italiano di sempre, al mio fraterno amico Carlo Ancelotti, l’abbiamo fatta. Ci ha risposto che il Brasile gli ha ribadito la completa fiducia, ci ha salutati dicendoci in bocca al lupo. Una telefonata doverosa».
Su Pep Guardiola
«È l’allenatore che più incarna il gioco tecnico e offensivo. Attraverso qualche amico aveva manifestato l’idea di allenare una Nazionale. Siamo andati a trovarlo a Barcellona, abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato per un’intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli… Ha chiesto 20 milioni? Assolutamente no. I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci ha detto chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo ct, e io sono a posto».
Sul perché ha rifiutato
«Per stanchezza. Guardiola viene da dieci anni massacranti in Premier. Si è operato alla schiena. Vuole riposarsi. Ma è stata una discussione molto seria, abbiamo studiato le rose, dagli under 17 in su… Così siamo andati su Andrea. Malagò sapeva tutto, l’abbiamo informato passo dopo passo».
Su Pirlo, non un vincente
«Questa è una considerazione personale. Noi volevamo un allenatore giovane, che sposasse il progetto e avesse una carriera di alto livello. Tecnicamente quando parlo con Pirlo lo trovo preparatissimo. Accompagnato e sostenuto da un direttore tecnico e da un advisor, sarebbe stato l’allenatore ideale».
Se il problema betting è stato un pretesto
«Direi di sì. Di sicuro lo si è cavalcato in modo assolutamente esagerato. Pirlo era disposto a chiudere i rapporti con la Bet company russa. È una persona correttissima, non meritava questo clamore. Hanno tirato fuori il codice etico, il decreto dignità. Ma se ci fosse stata la reale volontà di farlo firmare come ct, non ci sarebbero stati ostacoli legali».
Su cosa ha detto Malagò
«Ha telefonato a me e a Leonardo per dire: “Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate”. Ma se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile. Ci siamo presi 24 ore e abbiamo presentato le nostre dimissioni, su un contratto che doveva ancora partire. Non so se questo è essere intransigente e presuntuoso. Io sono abituato in un’altra maniera. Non c’erano più le condizioni di fiducia per svolgere un lavoro che è enorme, ma allo stesso tempo esaltante».
Sul loro progetto
«Un cambiamento radicale. Metodologie di lavoro completamente diverse, più offensive. Formazione di nuovi talenti. Sostegno a tutta la filiera delle Under. Sarei diventato presidente del Club Italia, che è fatto da diciannove squadre: le giovanili, le femminili, il beach soccer, il Futsal…».
Se il suo modello è il Milan di Berlusconi
«Berlusconi è stato un modello di gestione. Ha vinto tutto spendendo meno di altri club che hanno gettato miliardi prima di vincere… Inter? No. Penso a squadre straniere, dal Chelsea al Psg. Il Milan di Berlusconi andrebbe studiato. Ha insegnato che la struttura dell’azienda in cui lavori è fondamentale, che è importante il rispetto del ruolo: chi doveva decidere decideva, e poi veniva giudicato per quello. Mi pare che non si usi più. La base di qualsiasi contratto di lavoro è prendersi le proprie responsabilità. Se sbaglio, sbaglio con le mie idee. Ma Berlusconi non cambiò soltanto la gestione».
Se Malagò l’ha deluso
«C’era un rapporto basato sulla fiducia. Se fai una scelta poi la devi difendere. Se racconti quel che pensavi di creare, la scelta si capisce un po’ di più. Faccia il confronto con il campionato italiano di venti o trent’anni fa».
Sui problemi del notro calcio
«Tecnicamente siamo un Paese che non crea più giocatori di talento. Qualcosa non funziona a livello sistemico. I miei figli l’hanno visto nelle giovanili del Milan: si parla solo di tattica; se un ragazzo ha talento, è un problema. Ma questo va contro le regole del calcio moderno. E poi abbiamo stadi fatiscenti, centri sportivi inadeguati. Volevamo coinvolgere tutti per cambiare norme e regolamenti nel minor tempo possibile».
Su Ranieri
«La sua storia parla per lui. Non posso giudicare. Avere una figura come Ranieri è un plus, qualcosa di eccezionale. Dico solo che il lavoro da fare è enorme. Non so cosa gli sia stato chiesto. Temo che sarà data molta importanza alla Nazionale, e molta meno alla rifondazione del calcio italiano».
Su come si sente
«Ho un cruccio che mi porterò dentro. Avevo assunto un impegno gravoso che nei giorni era diventato quasi un sogno: fare qualcosa per le prossime generazioni, per costruire un’Italia competitiva. Un sogno interrotto ma bellissimo, anche per le tante persone che avevo trovato disposte a lavorare. Sa di cosa ci ha parlato a lungo Guardiola? Dell’impatto che Cruijff ebbe sul calcio spagnolo. Per due anni fu combattuto da tutti. Ma se oggi la Spagna crea talenti, è grazie alle indicazioni di Cruijff. Non vogliamo paragonarci a lui. Ma la strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano. È un peccato. Un vero peccato».



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