Come scrive il Corriere dello Sport, Filippo Galli non ha gradito il discorso di Paolo Maldini sui settori giovanili in Italia e, raccontando del suo percorso nell’ambiente, dice la sua sul comportamento dell’ex dirigente della Nazionale azzurra.
IL RETROSCENA STORICO
«Sono stato Responsabile del Settore Giovanile di AC Milan dal 2009 al 2018. Quelle affermazioni, dunque, mi riguardano direttamente — e riguardano un gruppo di lavoro di cui ho l’onore di far parte, non un percorso individuale: Edgardo Zanoli, Domenico Gualtieri, Stefano Baldini e la Prof.ssa Caterina Gozzoli, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Non fu un’iniziativa isolata né estemporanea: la collaborazione con l’Ateneo diede vita a un progetto di ricerca sull’attivazione e il monitoraggio di un servizio psicopedagogico all’interno del Settore Giovanile, condotto insieme all’Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli — oggetto, quindi, di uno sguardo accademico e non solo di un ricordo personale. In quegli anni costruimmo, insieme, un approccio lontano dalla ricerca esasperata del risultato, fondato sull’idea di un calcio propositivo che ponesse ciascun ragazzo nelle condizioni di essere il principale protagonista del proprio percorso di formazione: sostenendolo nella creatività, restituendo all’errore la sua funzione di tappa e non di colpa, coltivando l’aiuto reciproco tra compagni come una competenza da allenare quanto il primo controllo o il tiro. Nella pratica, questo si traduceva in quella che oggi si chiama costruzione dal basso, portiere compreso: non un esercizio di stile, ma il tentativo di mettere i ragazzi nelle condizioni di scegliere, ogni volta, che cosa fare del pallone tra i piedi. Nessuno ha mai vietato, a nessun giocatore — dal portiere al centravanti — di saltare l’uomo in dribbling: tutt’altro. Si parlava di tattica in quel lavoro? Assolutamente sì. Ma qui, credo, entriamo nel campo delle competenze, non delle opinioni. La tecnica risiede nella tattica: è la lettura della situazione a permettere al giocatore di scegliere quale gesto impiegare per risolverla. Non lo dico soltanto per convinzione personale, maturata in quarant’anni di calcio: lo suggerisce — con la cautela che ogni ipotesi scientifica seria impone — un filone di ricerca ormai consolidato nelle scienze del movimento».
«Il problema della tecnica in Italia non è il muro ma, semmai, il cortile. Non servono più esercitazioni analitiche ripetute contro un muro: servono le migliaia di ore di gioco libero e non supervisionato che un tempo si facevano nei cortili, nei parchi, per strada, prima ancora di arrivare a un allenamento organizzato. Le teorie dell’apprendimento più recenti non fanno che confermare quello che i cortili sapevano già per istinto: si impara giocando. Forse, per ‘tattica’, nell’intervista si intendeva tatticismo. Il tatticismo difensivo — quell’insieme di automatismi pensati più per non perdere che per formare — abita, purtroppo, buona parte dei nostri settori giovanili, perché spesso si pensa più a vincere subito che a ‘costruire’ qualcuno (e la responsabilità, va detto, non è quasi mai degli allenatori, ma di chi li giudica). Non era così nel nostro Settore Giovanile. A Barcellona, il preparatore Paco Seirullo — la mente dietro decenni di successi blaugrana, dal Dream Team di Cruijff fino al Barcellona di Guardiola — ha costruito un intero modello, il cosiddetto Entrenamiento Estructurado, sull’idea che il calciatore non sia scomponibile in ‘il fisico’, ‘il tecnico’ o ‘il tattico’: è, semmai, un sistema complesso in cui più strutture — biologica, coordinativa, condizionale, cognitiva, socio-affettiva, emotivo-volitiva, creativo-espressiva, mentale — interagiscono in modo non lineare, e vanno perciò allenate insieme, dentro il gioco, non separatamente. È dentro quella scuola che, non a caso, si è formato l’allenatore che lo stesso Paolo cita più volte con ammirazione nell’intervista».
«Una Coppa Italia Primavera con Giovanni Stroppa nella prima stagione, un Torneo di Viareggio con Filippo Inzaghi (perdemmo una finale con Mister Dolcetti), tre titoli italiani con l’Under 15, l’Under 16 e l’Under 17. Poco, rispetto alle nostre rivali più titolate. Eppure quelle poche vittorie contarono, perché il nostro amministratore delegato, il dottor Galliani, ci chiedeva comunque di vincere, ‘perché siamo il Milan‘. Non abbiamo mai barattato, però, la nostra idea di calcio formativo con il risultato immediato».
«Daniel ha attraversato il nostro progetto proprio nel suo pieno svolgimento. Era, tecnicamente parlando, un ‘tardivo’: più lento nella maturazione fisica rispetto a molti compagni, e per questo, in un’età in cui la differenza di pochi mesi si misura in centimetri e chilogrammi, spesso in difficoltà nel confronto atletico diretto. Riconoscemmo il suo talento e lavorammo — con la pazienza che il metodo richiedeva — per tutelarlo e farlo esprimere: lo facemmo giocare con continuità, anche quando sarebbe stato più comodo, nell’immediato, lasciarlo in panchina a favore di compagni più sviluppati fisicamente. Fu tra i protagonisti della nostra Under 16 che batté la Roma in finale con un risultato netto. Non lo scrivo per rivendicare un merito che resta, in ultima analisi, del ragazzo e della sua famiglia. Lo scrivo perché mi pare la dimostrazione più concreta che un metodo attento al talento, anche a quello non ancora pronto, anche a quello che va aspettato, non era un’aspirazione astratta nel nostro Settore Giovanile: era una pratica quotidiana».
«Su un punto, credo, la distanza tra il nostro pensiero e quello di Paolo sia più profonda di una differenza di sensibilità, ed è utile provare a definirla con precisione, perché è lì che si gioca la vera partita. La sua idea, per come l’ho sentita raccontare più volte in questi anni, si potrebbe riassumere così: dai la palla al talento, anche in mezzo a molti avversari, e lascia che si arrangi. È un’idea solo in parte vera: il calcio è un gioco collettivo, e il talento individuale non esiste isolato, ma immerso nelle dinamiche fluide di un sistema complesso fatto di compagni, avversari, spazi che si aprono e si chiudono in una frazione di secondo».
«Non posso muovergli una colpa per non avere, negli anni da dirigente, seguito da vicino il Settore Giovanile: sono ruoli diversi, tempi diversi, priorità diverse, e capisco quanto la prima squadra assorba ogni energia. Gli muovo, semmai, l’osservazione che non si possa parlare della formazione dei giovani calciatori senza avere mai attraversato, da dentro, il lavoro quotidiano che la formazione richiede. Avrò certamente commesso degli errori in quegli anni: sarebbe disonesto sostenere il contrario. Ma non posso lasciar passare, senza una parola, una descrizione così distante da ciò che è stato quel lavoro».



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