Ma è ancora il Milan di Allegri?

C’è una domanda che, dopo Juventus-Milan, viene quasi naturale e che in molti si sono posti: ma è ancora il Milan di Allegri? Non tanto per il risultato, un 1-1 che lascia inevitabilmente qualche rimpianto per il vantaggio sfumato nel finale, quanto per la sensazione di trovarsi davanti a una squadra ancora sospesa tra ciò che è stata e ciò che vorrebbe diventare. A Torino il Milan ha mostrato sì una certa solidità e capacità di soffrire, ma ha anche fatto vedere quanto sia ancora distante da quel calcio intenso, verticale e dominante che Ruben Amorim vorrebbe portare a Milanello.

Il punto è uno e uno solo. Ci vuole tempo. Non è una frase fatta e nemmeno una giustificazione preventiva: è semplicemente la conseguenza naturale di un’estate nella quale il Milan ha cambiato allenatore, sistema e modo di giocare, interpreti e riferimenti offensivi. Pretendere che dopo tre giornate tutto funzioni alla perfezione sarebbe probabilmente illogico. Ma altrettanto sbagliato sarebbe ignorare ciò che ancora non funziona.

Lo stesso copione di un anno fa

Un inizio di stagione che metteva il recente passato un po’ alle spalle pur sapendo che inevitabilmente qualcosa sarebbe ritornato. Le prime tre giornate del Milan sono state un vero e proprio climax discendente. Bene la prima, così così la seconda, male la terza. Contro la Juventus si è visto un Milan meno brillante, meno aggressivo, meno padrone della partita. Un Milan in balia degli eventi. Amorim, nel post-partita, non si è nascosto: «Non meritavamo di vincere», ha ammesso, indicando proprio nella gestione del possesso il principale aspetto da migliorare.

E questa forse è la fotografia della serata. Un’ammissione di colpa non indifferente che ‘accusa’ un modo di giocare che evidentemente il tecnico portoghese sente non suo. E probabilmente avrebbe detto, con toni diversi e più festanti ovviamente, la stessa cosa anche se avesse portato a casa l’1-0. Un corto muso allegriano che però non avrebbe rispecchiato il nuovo culto del Milan. Ma che ha provato tanto, tanto, ad essere simile. Questo però non è necessariamente un campanello d’allarme. È, piuttosto, un promemoria.

E se fosse stato Allegri?

Ed è qui che il paragone con la passata stagione diventa inevitabile. Perché una partita così, riporta la mente – dei tifosi e non solo – a un anno fa. Quando sulla panchina sedeva il tanto discusso Massimiliano Allegri. Un Milan basso, poco pericoloso con il pallone, costretto (da sé stesso) per larghi tratti a difendersi anche dopo aver trovato il vantaggio. Tutto questo scatenava un processo collettivo. Si sarebbe parlato di un calcio rinunciatario, di una squadra senza idee, della necessità di cambiare immediatamente qualcosa.

Oggi, invece, la lettura deve necessariamente essere diversa. Non perché lo stesso calcio sia improvvisamente diventato bello soltanto perché sulla panchina c’è Amorim, ma perché il contesto è completamente differente. Amorim è appena arrivato e da quando lo ha fatto ha sempre portato e messo avanti i suoi ideali. L’allenatore sta introducendo un sistema nuovo e deve ancora dare una forma definitiva a una rosa profondamente cambiata. D’altronde sono passate solo tre partite. Questa è la differenza sostanziale. Non si può chiedere ad Amorim, dopo tre partite, di aver già stravolto tutto ciò che il Milan ha fatto nella scorsa stagione. Ma allo stesso tempo non bisogna nemmeno trasformare la pazienza in indulgenza: il tempo serve per migliorare, non per smettere di pretendere.

Milan: Massimiliano Allegri (Photo Credit: Marco Canoniero / Shutterstock via IPA Agency)
Milan: Massimiliano Allegri (Photo Credit: Marco Canoniero / Shutterstock via IPA Agency)

Il Milan di Amorim si intravede, ma non ancora del tutto

Qualcosa, però, si vede. Nell’altra Torino, all’esordio assoluto in stagione, con le dovute proporzioni si è intravista una prima bozza del Milan Amorimiano. Nessuna sofferenza, un gioco sfrontato, all’attacco. Tante occasioni create e due sfruttate al massimo. Ma il calcio di Amorim dovrà essere molto altro. Dovrà essere possesso palla, pressione organizzata, verticalità, movimento senza palla e soprattutto capacità di comandare la partita, non soltanto di sopravviverci dentro. Ed è proprio qui che comincia il lavoro vero.

Il bello di questo Milan è che, almeno per ora, non sembra necessario avere fretta. Almeno per il momento. Molte cose sono positive in questo inizio di stagione. Il pareggio di Torino, per il modo in cui è arrivato, brucia, ma non cancella quanto costruito e quando ancora dovrà costruire. Anzi, può diventare una lezione utile.

La pazienza non deve diventare un alibi

Amorim ha già capito che la sua squadra non può ancora fare tutto ciò che vorrebbe. Lo ha detto lui stesso: il problema principale contro la Juventus non è stato soltanto difendere, ma cosa fare con il pallone una volta recuperato. È probabilmente il passaggio più importante da compiere nei prossimi mesi.

Perché il Milan potrà diventare davvero quello di Amorim soltanto quando riuscirà a mettere insieme le due anime mostrate a Torino: la capacità di soffrire che ha permesso di restare dentro la partita e quella qualità di gioco che, per lunghi tratti, è invece mancata.

E allora sì, è ancora il Milan di Allegri. In parte, forse. Perché alcune abitudini non si cancellano in un’estate. Ma la direzione sembra un’altra e sarebbe sbagliato pretendere che il viaggio sia già arrivato a destinazione. Siamo soltanto a pochi metri dalla partenza. Il Milan di Amorim non è ancora una squadra compiuta. È una squadra che sta imparando a esserlo. E forse è proprio questo che bisogna concedergli: il tempo di diventare ciò che oggi, a tratti, si intravede soltanto. Senza sentenze premature, ma anche senza smettere di chiedere qualcosa in più.

Milan: Ruben Amorim (Photo Credit: Federico Manoni / IPA Sport / IPA via IPA Agency)
Milan: Ruben Amorim (Photo Credit: Federico Manoni / IPA Sport / IPA via IPA Agency)

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