Caro Glasner, oggi a Casa Milan il «tutto perfetto» è un’utopia

Oliver Glasner e quello specchio impietoso della realtà che oggi sta vivendo il Milan. Si può scoperchiare il vaso di Pandora con solo due parole? Forse sì…

Tutto perfetto. Queste le due parole che, accostate al Milan, oggi, suonano quasi come una provocazione. O forse come un esercizio di fantasia. Perché se c’è una cosa che non trasmette il mondo rossonero in questo momento storico è proprio la sensazione di trovarsi davanti a un progetto compiuto, lineare, definito. Insomma, quella perfezione calcistica che dalle scrivanie delle sedi dei club si riflette sul campo con i risultati.

Le parole pronunciate da Oliver Glasner – allenatore che più di tutti oggi sembra vicino alla panchina rossonera – sul proprio futuro hanno inevitabilmente acceso una riflessione che va oltre il nome dell’allenatore austriaco: per scegliere una nuova squadra, ha spiegato, «tutto deve essere perfetto». Una condizione legittima, auspicabile. Ci mancherebbe altro. Il problema è che, guardando oggi verso Casa Milan, risulta difficile individuare cosa possa davvero avvicinarsi a quel concetto di perfezione. Forse nulla o quasi.

Tra panchina ancora vacante, assetti dirigenziali da completare e una programmazione che sembra inseguire il tempo anziché anticiparlo, il Milan appare in una terra di mezzo che preoccupa più della semplice attesa. E forse è proprio questo il punto. Prima ancora di convincere un allenatore, il Milan deve tornare a convincere sé stesso. O meglio ancora, il Milan deve tornare a esserci. In un modo o nell’altro, purché ci sia qualcuno che lo rappresenti e che ci metta la faccia.

IL DESERTO DI CASA MILAN… O CASA BIANCA?

La sensazione di vuoto viene amplificata dalle figure che dovrebbero rappresentare il vertice del progetto. Gerry Cardinale continua a mantenere un profilo distante rispetto alla quotidianità rossonera. Protagonista dell’epurazione di fine maggio, è epurato anche lui verso l’America. Zlatan Ibrahimovic invece sembra dividersi tra il ruolo di consigliere della proprietà e i numerosi impegni esterni, compreso quello da opinionista per il Mondiale negli Stati Uniti. A proposito di America.

Paradossalmente, uno degli uomini più influenti dell’universo Milan (è stato scelto lui) è oggi percepito come una figura difficile da collocare. Dirigente? Consulente? Partner di RedBird? Uomo immagine? Oppure opinionista, conduttore, commentatore, showman? Le definizioni si moltiplicano, la chiarezza molto meno. E quando una società fatica a spiegare perfettamente sé stessa, inevitabilmente trasmette insicurezza anche all’esterno.

E NON È GLASNER IL PROBLEMA

Che si chiami Glasner o meno non fa differenza. Il punto non è quello. Forse il vero punto è che il Milan dovrebbe tornare a essere una scelta naturale per chiunque. Una destinazione che convince prima ancora di dover convincere. Negli anni dello scudetto, nei mesi successivi alla rinascita targata Pioli e Maldini, il progetto appariva chiaro. Si poteva condividere o meno, ma aveva una direzione riconoscibile. Oggi, invece, prevale la sensazione opposta.

Si parla di dirigenti, di nuovi organigrammi, di allenatori, di ristrutturazioni interne. Tutti argomenti legittimi. Ma nessuno di questi dovrebbe essere ancora aperto contemporaneamente a metà giugno. Ed è qui che le parole di Glasner diventano quasi uno specchio impietoso. Perché quando un allenatore dice che «tutto deve essere perfetto», non parla soltanto di soldi o di contratto. Parla di organizzazione. Di stabilità. Di fiducia. Tutte cose che il Milan dovrà ritrovare prima ancora di pensare a chi siederà in panchina. Altrimenti il rischio è quello di continuare a rincorrere il futuro senza aver ancora sistemato il presente. Il Milan si presenta alle porte della nuova stagione come una tela bianca, tutta da scrivere. E vediamo come sarà scritta.

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