Milan, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Spoiler alert: nessuno

Cosa lascia ad un tifoso o ad un osservatore l’estate del Milan che possiamo dirsi terminata ieri sera? Sogni (Conte, Zirkzee), realtà (Fonseca, Morata), speranza (tournée), caos e ritardi (mercato), disunione e pesantezza (partite, spogliatoio). Tentiamo di ricostruire così i tre mesi che hanno portato all’ambiente a tratti invivibile che si respira oggi, 1º settembre.

Un ambiente che, in tutta onestà, per attaccamento e passione meritava ben altro. Perdonate la retorica, ma era necessaria. L’aria, a dire il vero, era diventata irrespirabile già negli ultimi mesi della scorsa stagione e per questo motivo era necessaria una ventata nuova e decisa, capace di sovvertire una tendenza pericolosa. È arrivata? No e la situazione appare in via di peggioramento. E siamo solo ad inizio settembre.

La sosta arriva nel momento giusto per riflettere su cosa non stia andando e soprattutto capire come porre rimedio nel limite del possibile. Lo si può fare, a patto che chiunque (chiunque, ribadisco) faccia un proprio esame di coscienza. Perché nel marasma generale una sola cosa è certa: nessuno può permettersi di scagliare la prima pietra perché senza peccato.

Società

Partiamo dall’alto, perché come in queste ore si è letto a più riprese: il pesce puzza dalla testa. La sensazione peggiore che si percepisce da tempo ormai è che ci sia un totale distacco tra i personaggi ai piani alti e quanto accade nella realtà di tutti i giorni.

Partiamo dagli ultimi fatti: gli ultimi giorni di mercato sono stati gestiti, come accaduto lo scorso anno con pressappochismo e allarmismo ingiustificati. Situazioni come quelle di Bennacer e Jovic condotte in maniera quasi dilettantesca. Garantire un’immagine seria da parte di un club: ecco il tutorial di come non comportarsi.

Andando a ritroso possiamo dire dopo un anno e mezzo (o poco meno di un anno) di regno che il “gruppo di lavoro” è un esperimento ad oggi fallito perché non c’è una figura che rappresenti la società in maniera continua e credibile. Inutile la scusa del “parliamo quando necessario”: un club di questa portata a livello italiano e internazionale deve imparare a comunicare, non con slogan vuoti o con veline. Inutile scegliere un allenatore impopolare e in un chiaro momento di difficoltà come questo, con una squadra che lancia segnali poco edificanti, lo lasci solo davanti alle telecamere a gestire situazioni grottesche.

Il tentativo di spersonalizzazione, partito l’estate scorsa con la cacciata fredda e irrispettosa del management precedente, è inaccettabile. Un club che ha una storia unica, un appeal unico, destinato a diventare un club come gli altri e che apparentemente è senza un’anima. O meglio, la sua unica anima è quella rappresentata dai tifosi presenti sempre e comunque in massa a San Siro e nelle trasferte.

Allenatore e giocatori

L’allenatore è stato voluto dalla società, ma non è chiaramente esente da colpe. La più grande? Tentare di imporre alla squadra un’identità di gioco che non le appartiene perché non ha gli interpreti adatti e viene da un’idea di calcio agli antipodi con quella attuale, nella teoria. Non capirlo, o perlomeno non adattarsi, è una mancanza.

Ha tentato di farlo contro la Lazio, lasciando in panchina coloro che evidentemente sono meno portati a svolgere quei compiti. Il risultato iniziale è stato sufficiente, ma con il passare della partita è mancata la lettura del momento e il polso nella gestione dei cambi, tardivi.

Non sono esenti da colpe nemmeno i giocatori, a maggior ragione i presunti top player e leader dello spogliatoio. Quando per leader in realtà si intende coloro che sono presenti a Milanello da più anni e avrebbero dovuto maturare un certo carisma che è evidente manchi ancora.

Non si può pretendere che si prendano tutte le responsabilità, ma si può e si deve pretendere il giusto comportamento, ovvero quello che è mancato sotto ogni punto di vista durante il cooling break della discordia. Anche non fosse stato voluto e calcolato, il gesto è di una gravità inaudita ed è difficilmente giustificabile per la caratura dei personaggi in questione.

Una società, una squadra, un ambiente più disunito che mai. Chi si ricorda l’importanza dei colori vestiti, dello stemma e della storia? Il Milan non è solo un brand, non è solo un’azienda, ma anche una società calcistica che ha una reputazione globale e quanto sta accadendo da tempo a questa parte non fa che rovinarne l’immagine, rendendolo uno come gli altri. Ed è tutto quello che non dovrebbe succedere.

AC Milan - MilanPress, robe dell'altro diavolo
AC Milan – MilanPress, robe dell’altro diavolo
Daniele Minini
Daniele Minini
Giornalista pubblicista, appassionato di sport. 25 anni. Ho studiato lingue, sono laureato in Scienze della Comunicazione e frequento un Master in Giornalismo. Multitasking e sempre pronto a imparare.

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