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Seedorf: “Vi racconto il mio Milan: eri sicuro di poter essere te stesso senza preoccupazioni”

Clarence Seedorf è uno dei grandi campioni sportivi intervenuti nel corso del Festival dello Sport, organizzato dalla Gazzetta dello Sport a Trento. Ecco le dichiarazioni dell’ex centrocampista rossonero.

Sul suo Milan: “Il Milan vinceva già in Europa, ogni 5 anni era a giocarsi una finale. La tradizione di essere competitivi è parte del DNA. Avere una squadra come la nostra nel 2003 era un sogno: eravamo molto forti, ma c’era anche la giusta sinergia, la giusta unione con un allenatore giusto per il gruppo. C’era la voglia di prendersi responsabilità, come individuo e come gruppo: questo fece la differenza. Quando parlo di responsabilità, intendo anche quando si andava dal mister a dire: ‘Guarda mister, non ce la faccio. È meglio che metti qualcun altro’. È successo con me personalmente, ma anche con qualche mio compagno. Non è una scelta semplice, ma l’ambiente era molto maturo. Oppure quando qualcuno aveva bisogno di supporto per problemi in famiglia: c’era un ambiente critico, ma che supportava quando serviva. Eri sicuro di poter essere te stesso senza preoccupazioni“.

Sullo sviluppo della personalità: “Va sviluppata da giovane: sono stato fortunato ad avere genitori che mi hanno cresciuto in un ambiente dove la comunicazione era molto importante. Mi lasciavano spazio per esprimere i miei pensieri. Poi sono cresciuto ascoltando i consigli e prendendo iniziativa già a scuola. Credo che l’ambiente faccia tanto dal punto di vista della personalità e dell’autostima. Poi anche la mia curiosità, il voler crescere ogni giorno, il voler sapere tutto anche mettendo in crisi i professori a scuola: tutto questo mi ha dato le basi per avere la personalità che serviva per rimanere in piedi e far bene ad inizio carriera“.

Sul razzismo: “È il sistema ad esserlo, dappertutto. In Europa non ci sono allenatori di colore, questo è un dato di fatto. Io dopo 20 anni in Italia, non ho ricevuto neanche una proposta. Non è logico“.

Sul movimento calcistico italiano: “Non so se l’Italia abbia problemi, ma ha vinto 4 Mondiali e credo abbia fatto un piccolo errore quando ha voluto copiare gli altri Paesi: poteva invece insegnare ad essere una Nazione vincente. Portieri, difensori e attaccanti: è sempre stato un marchio molto forte. Il saper vincere 1-0: una frase che abbiamo rispettato tanto da non italiani. La scelta strategica da parte degli allenatori in Italia, della Federazione, dev’essere quella di tornare alle basi, aggiungendo qualcosa in più, come in Germania: solidi, disciplinati, ma hanno detto anche di voler giocare meglio“.

Sulla partita perfetta: “Anche prima della partita te ne accorgi, nel riscaldamento si cerca di preparare il piede e ci sono delle partite in cui il piede è più pesante o più leggero. Non c’era solo il livello individuale, anche a livello collettivo si capiva. Quando giochi tanti anni insieme, conosci i tuoi compagni di squadra. In quella partita c’era tutto: l’ambiente, lo stadio, tutto andava liscio. Mettere una squadra come la nostra in un angolo perché doveva vincere non è stata una grande mossa per il Manchester United“.

Sulla SUA partita: “La mia prima al Milan è stata molto speciale, anche per il passaggio dall’Inter. Partivo dalla panchina, Carletto aveva quelle idee e non capivo perché, voleva forse stuzzicarmi, ma a me non serve (ride, ndr)”.

Sulla sua esperienza da allenatore del Milan: “L’avrei rifatto. Dieci anni al Milan, dieci anni di Berlusconi, dieci anni veramente belli con tutti, dalla dirigenza allo staff. Tornavo a casa che era in difficoltà. Prima di partire dal Milan, Berlusconi mi disse: ‘Vai, guardati bene attorno, poi quando sarai pronto tornerai qui da allenatore’. Non c’ho pensato molto: ero sul tapis roulant e ricevetti la chiamata. Se Capello è tornato al Milan dopo il Real Madrid, dopo aver vinto tutto, perché non io? Un sentimento molto simile. Mi sentivo pronto per questa nuova esperienza: tornare a casa poi era una cosa molto bella. Quando sono arrivato eravamo quartultimi, poi abbiamo finito superando 8-9 squadre. Non solo la media punti era buona, ma anche il gioco fresco, bello e offensivo. I risultati c’erano. C’era una crisi a livello societario, problematiche interne che poi ho pagato io. È un peccato che non sia riuscito a continuare quello che avevo iniziato, ma non dipendeva da me. C’è rammarico perché vedevo come evitare tutti gli anni negativi successivi. L’esperienza è stata veramente bella: la foto con Kaka rappresenta tutto. Lavoravamo e c’era capacità di interagire con le persone: io vedo prima quelle, poi il giocatore. Kaka era in grande crisi, tornava da un’esperienza molto brutta e quando sono arrivato l’ho visto in difficoltà a livello emotivo. Era bello cercare di rivedere Ricardo, felice di allenarsi e giocare“.

Su Taarabt: “Un gran personaggio. Galliani mi fece vedere il giocatore, ma poi mi raccontò quattro libri delle cose che non andavano bene. L’ho chiamato e gli ho detto: ‘Me ne hanno dette di tutti i colori su di te: sei pronto per venire a lavorare seriamente?’. Devo dire che quando è venuto, ha dimostrato in campo quello che poteva fare“.

Su Balotelli: “Un talento sprecato. Prima del mio arrivo aveva 7 cartellini gialli e un rosso se non sbaglio, con me solo due ammonizioni. Gli dissi: ‘Sei troppo importante, la squadra deve averti in campo’. Gli diedi fiducia e non mi sottraevo dal confronto, li volevo e gli voglio molto bene. Aveva una percezione ogni tanto che non era proprio la realtà: succede a tutti, ma poi devi andare a verificarlo e vedere al video. Se metti il tempo necessario e mostri che lo fai per il bene del giocatore, il ritorno è immediato“.

Seedorf
Clarence Seedorf – MilanPress, robe dell’altro diavolo

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