Demetrio Albertini ha rilasciato un’intervista ai microfoni della Gazzetta dello Sport in quella che è la settimana di avvicinamento al derby della Madonnina tra Milan e Inter, in programma domenica sera alle ore 20.45 a San Siro. Ecco le parole dell’ex centrocampista rossonero.
«No, non è mai una partita come le altre. In palio ci sono sempre tre punti, ma dietro c’è molto più: tradizione, orgoglio, sentimento. Per Leao ‘vita o morte’? Ai miei tempi non c’era nemmeno bisogno di certi richiami. Da una parte avevamo Maldini, Baresi, Costacurta… Dall’altra c’erano Bergomi, Ferri, Berti, solo per citarne alcuni. Non era gente a cui occorreva spiegare il significato del derby con dichiarazioni pubbliche».
Albertini prosegue: «Oggi, con tanti stranieri in più e rose che cambiano più spesso, credo Leao abbia voluto avvisare i compagni, soprattutto gli ultimi arrivati, sull’importanza di una partita così. Rafa è al Milan ormai da quasi sette anni e giustamente ha parlato da veterano. Condivido il suo messaggio di fondo: in un derby porti in campo il senso di appartenenza, la storia di un club, anche di chi c’era prima di te con quella maglia. Settimana? Ciò che realmente è differente è il contorno. I tifosi, la città… Lo avverti».
Albertini sul derby: «Sfugge alle logiche normali»
«Il derby sfugge alle normali logiche di classifica. Prendiamo gli ultimi sei derby: il Milan si è presentato praticamente sempre con gli sfavori del pronostico, ma ne ha vinti quattro e pareggiati due».
E sulla corsa scudetto riaperta in caso di vittoria rossonera…
«Per me no, perché sette punti da recuperare sarebbero comunque tanti, specialmente con questa Inter che viaggia a mille in Serie A. Però, ecco, i nerazzurri dovrebbero poi stare attenti a non fare scivoloni. E nel calcio mai dire mai: io ho vinto uno scudetto da -7 a sette giornate dalla fine nel 1998-99, rimontando su di una grande Lazio. Noi le vincemmo tutte, loro ne persero due di fila con Roma e Juventus, e poi alla penultima giornata facemmo il sorpasso decisivo».
Albertini chiude parlando di Allegri: «Ha saputo dare una certa consapevolezza alla squadra, oltre a solidità tattica e mentale. Mi incuriosisce, però, un aspetto: il Milan fa molto meglio nei secondi tempi che nei primi 45 minuti. Di sicuro è questione anche di mentalità vincente: non può essere un caso che i rossoneri trovino spesso gol nei finali di gara, come successo pure domenica a Cremona. Si sapeva fin dal principio che la prima missione di Max sarebbe stata ritrovare un certo equilibrio e credo proprio ci sia riuscito. Poi non ne farei nemmeno una questione di moduli, bensì di interpretazione dei ruoli e caratteristiche dei calciatori. Adesso si parla di 4-3-3, ma il Milan gioca con il 3-5-2 esattamente come l’Inter, che è capolista e ha nettamente il miglior attacco della Serie A. Cosa cambia davvero? Se da quinto ho un giocatore dalle eccezionali doti offensive come Dimarco, per esempio…».


