Alberico Evani ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Gazzetta.it nel giorno dei funerali di Franco Baresi, in programma alle ore 11.00 alla Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. L’ex rossonero ha parlato dello storico Capitano, ricordandolo attraverso le esperienze vissute insieme.
Evani ricorda Baresi: «Per noi era già un esempio a 18 anni»
«Io arrivai a Milano a 14 anni, lui era un po’ più grandicello di me e andava già ad allenarsi con la prima squadra. Si vedeva che aveva una marcia in più e tutti erano convinti che sarebbe diventato un calciatore da Milan. Ricordo Franco titolare a 18 anni nella squadra che ha vinto lo scudetto della stella. Non era ancora il Capitano, ma aveva la personalità del leader e per noi ragazzini delle giovanili era già un esempio».
Sulla permanenza in Serie B: «Franco fece qualcosa di eccezionale, perché le offerte non gli mancavano di certo. In particolare nel 1982, quando dopo la seconda retrocessione era diventato campione del Mondo. Poteva andare ovunque in Serie A, ma si dimostrò per quello che è sempre stato: non solamente un gran giocatore, ma una persona straordinaria, con valori immensi. Il suo senso d’appartenenza al Milan era totale. Rimase in un Milan sull’orlo del fallimento: in quel momento era più facile pensar male che sognare trofei. Lui era giovane, si prese il rischio di rovinarsi la carriera con quella scelta. E badi bene, non è che Baresi avesse da farsi perdonare nulla: lui saltò tre mesi per una brutta malattia nella stagione in cui retrocedemmo sul campo, altrimenti ci saremmo salvati. Semplicemente, l’amore per il rosso e il nero era più forte di tutto il resto».
Sull’arrivo di Berlusconi e di Sacchi: «La giusta ricompensa per il sacrificio che Franco aveva fatto anni prima. Baresi era già diventato il capitano, la fascia gliela affidò Ilario Castagner proprio in Serie B. Non che ce ne fosse bisogno, era già un leader riconosciuto da tutti. Sacchi ebbe un grande merito: trasformò Franco dal campione a livello individuale quale già era al maestro di un reparto e di un collettivo leggendario».
Sul ruolo e sul trionfo più bello
«Franco era un vero direttore d’orchestra. Forse oggi non si capisce quanto fu innovativo quel modo di difendere, perché allora le avversarie erano completamente spiazzate quando si alzava la nostra linea. Il regolamento poi era diverso, bastava un giocatore al di là e veniva fischiato l’offside, non c’erano le specifiche di oggi. Baresi nel comandare il reparto era di una precisione chirurgica, pensi che alla partita di addio al calcio di Albertini (2006 ndr) ancora ricordava tutti i movimenti a memoria e faceva salire la difesa come ai vecchi tempi. Aveva 46 anni, eh».
Sul trionfo più bello con Baresi: «Resta il primo scudetto del 1988. Tranne proprio Franco e pochi altri, in squadra nessuno aveva vinto qualcosa e fu davvero speciale. E poi senza quel trionfo non sarebbero arrivate le coppe dei Campioni, le Intercontinentali, le Supercoppe. Per me è stato un amico vero. Fu lui a volermi nel settore giovanile del Milan da allenatore. E tra le mille cose, lo ringrazierò sempre anche per questo».



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