L’idea di far giocare Milan-Como a Perth nasce dentro la Lega Serie A, che punta a promuovere il campionato italiano nel mondo e a recuperare terreno rispetto alla Premier League in termini di visibilità e diritti televisivi.
Il progetto viene presentato come un’occasione per valorizzare il brand “calcio italiano” e, allo stesso tempo, per rafforzare l’immagine internazionale del Milan. In questa stagione, senza Champions League e con un calendario più gestibile, il club ha potuto considerare la proposta senza intaccare la preparazione. La disponibilità nasce anche dall’impossibilità di usare San Siro in quel periodo, ma il senso dell’operazione resta tutt’altro che scontato.
L’ambizione della Lega, le perplessità dei tifosi
Da un lato, la Lega Serie A parla di un progetto collettivo, utile per accrescere l’appeal globale del calcio italiano e per aprire nuovi mercati. Dall’altro, tra i tifosi rossoneri prevale una sensazione di distacco. Molti faticano a trovare logica in una trasferta dall’altra parte del mondo, in un periodo in cui il club dovrebbe concentrarsi sulla crescita tecnica e sulla continuità in campionato.
La società sottolinea che l’aspetto economico non è stato prioritario e che la scelta ha valore più simbolico che commerciale. Perth, dove il Milan ha già disputato due amichevoli negli ultimi diciotto mesi, viene considerata una sorta di base consolidata, grazie anche ai rapporti con le istituzioni locali. Ma resta difficile convincere chi vive il Milan ogni settimana che questa sia una scelta davvero necessaria.
Milan-Como a Perth: un’eccezione che tale deve restare
La UEFA ha definito questa operazione un’eccezione, la speranza è che tale rimanga. Solo un anno senza impegni europei permette di inserire un appuntamento del genere in calendario e nessuno immagina verosimilmente di trasformarlo in un’abitudine. Al netto dei risultati sportivi dei prossimi anni – con o senza Champions, con o senza vittorie -, il Milan è e resta una società con un DNA internazionale ma con un’identità profondamente legata a Milano e ai propri tifosi.
Portare il brand rossonero in Australia può essere un gesto di apertura, persino un “gioco”, ma non deve diventare un modello. In un calcio sempre più globalizzato, il rischio non è solo quello di energie, ma di smarrire il senso di appartenenza. E, credetemi, non la sto facendo più drammatica di quello che è. Chiedetelo a Rabiot.
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