Ci sono figure che nel calcio trascendono il semplice ruolo. Zlatan Ibrahimovic è una di queste. Lo è stato da giocatore e inevitabilmente continua a esserlo anche oggi, da dirigente-consulente-uomo immagine – chi più ne ha più ne metta – del Milan targato RedBird. Il problema, però, nasce quando il carisma e il carattere superano la struttura societaria del club e il club stesso. Quando il personaggio diventa più ingombrante dell’organizzazione stessa. Ed è esattamente ciò che il Milan ha rischiato e vissuto nel corso del 2024 e sta rischiando di vivere anche adesso.
Perché la sensazione, per lunghi tratti, è quella di tornare ad assistere a un vero e proprio ‘one man show’ con Zlatan davanti a tutti, Zlatan a spiegare il Milan, Zlatan a rappresentarlo quasi in maniera totalizzante. Quel boss che si è autodefinito essere, insomma. Un’immagine forte, mediaticamente potentissima, ma che col tempo ha finito per alimentare più dubbi che certezze.
L’errore Fonseca e le conferenze del boss
L’estate 2024 aveva già dato segnali piuttosto chiari. La presentazione di Paulo Fonseca fu accompagnata da una lunga conferenza stampa in cui Ibrahimovic si prese completamente la scena, raccontando il progetto tecnico quasi da uomo solo al comando con tanto di rifiuto per un Antonio Conte libero (deja-vu?) che poi vinse il campionato davanti al Milan ottavo. Poi arrivarono le interviste, i riferimenti al proprio ruolo centrale, le frasi sul sentirsi il boss dell’area sportiva. Dichiarazioni che magari volevano trasmettere leadership, ma che finirono inevitabilmente per accentrare tutto attorno alla sua figura.
E il Milan, storicamente, non è mai stato costruito attorno a una sola persona. Nemmeno nei suoi periodi più gloriosi. Il calcio moderno richiede competenze distribuite, gerarchie chiare, ma soprattutto dirigenti preparati e abituati a fare quel mestiere. Perché una cosa è essere Zlatan Ibrahimovic sul campo. Un’altra è essere Zlatan Ibrahimovic dietro una scrivania. A guidare un club complesso come il Milan.
Il naufragio dello Zlatan dirigente
Perché non è un caso se alla tua prima stagione da dirigente, finisci ottavo in classifica, con una finale di Coppa Italia persa contro una squadra che avevi battuto una settimana prima e con due allenatori. Certo, c’è l’intramezzo della Supercoppa vinta, ma forse è un po’ troppo poco. Se dopo tre mesi ti trovi a fare dietrofront ed esonerare l’allenatore che tu avevi scelto e proclamato… no, non è un buon inizio. Anzi, forse può essere una buona fine.
Un esonero grottesco, con lo stesso allenatore che lo dichiara dalla macchina ai microfoni dei giornalisti all’uscita da San Siro. Un episodio che diede la percezione di una società poco coordinata, quasi improvvisata nella gestione di un momento delicatissimo. L’arrivo di Conceiçao, come detto, riesce a mettere acqua sul fuoco vincendo la Supercoppa – ripetiamo, bell’intramezzo, ma forse troppo poco – troppo poco se poi da lì a breve esci dalla Champions in un confronto agevole e il progetto naufraga tra tra risultati altalenanti, tensioni interne e una squadra incapace di trovare continuità. Ed è qui che il tema Ibrahimovic torna inevitabilmente centrale.
Il Milan ha bisogno di dirigenti, non di protagonisti
Nessuno mette in discussione il peso di Ibrahimovic dentro il mondo Milan. Sarebbe semplicemente folle. Zlatan resta una leggenda rossonera, un simbolo moderno del club e probabilmente uno dei pochi in grado di trasmettere mentalità vincente all’interno dello spogliatoio. O almeno, da giocatore era così. Poi però c’è il dopo. C’è la scrivania, c’è da fare il dirigente. Che è proprio tutt’altra cosa. Gestire equilibri, proteggere l’ambiente, costruire una struttura credibile e soprattutto lasciare che il club venga prima delle singole personalità. Tutte cose che sono agli antipodi con lo Zlatan Ibrahimovic che conosciamo noi. Tutte cose che si riflettono in campo. Allora, come forse anche oggi.
Il Milan deve tornare ad avere una struttura forte: sicuri che sia Ibra l’uomo giusto?
Il disastro fatto domenica ha lasciato strascichi che Cardinale ha deciso di spazzare via mandando tutti a casa. Da Allegri a Furlani, passando per Tare e Moncada. Andranno via anche diversi giocatori, senza dubbio. Chi rimane saldo al proprio posto, dopo un anno vissuto nell’ombra, è proprio Zlatan Ibrahimovic. E il rischio che si torni indietro a due anni fa può essere molto concreto. Il punto non è allontanare Ibrahimovic. Il punto è capire come utilizzarlo nel modo corretto.
Perché il Milan ha bisogno del suo peso specifico, della sua fame. Ma non può permettersi di vivere ancora quelle vibes da ‘one man show’ che nel 2024 hanno portato a una delle stagioni più caotiche degli ultimi anni. Servono dirigenti di mestiere. Persone abituate a costruire nel silenzio, a gestire crisi, a programmare senza personalizzare ogni scelta. Il Milan migliore della sua storia è sempre stato quello delle grandi figure complementari, non delle figure totalizzanti. Berlusconi, Galliani, Braida e un allenatore. Tanto per fare un esempio. E forse la lezione più importante degli ultimi mesi è proprio questa: rileggere questi nomi e pensare che il club viene prima del personaggio. Anche quando quel personaggio si chiama Zlatan Ibrahimovic.



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