Leao ancora fuori dall’11 titolare. Questa è la notizia che ha un pò spezzato il venerdì pomeriggio dei tifosi rossoneri, lasciando quel dubbio atroce: che cosa sta succedendo?
Partiamo con calma, dall’inizio della storia, a quando Fonseca durante gli Europei in scena in Germania era andato a parlare con Leao direttamente nel ritiro del Portogallo. Da quel famoso incontro era trapelato che il nuovo tecnico del Milan aveva spiegato al suo connazionale come voleva che lui fosse al centro del proprio progetto. Tutti felici e contenti.
Inizia il campionato, neanche troppo bene, e alla terza giornata ecco il primo ammutinamento contro Fonseca, compiuto in tandem con Theo, entrambi esclusi dai titolari per quella partita (Lazio–Milan): cooling break subito dopo il gol che pareggia i conti sul 2-2, tutti si avvicinano alla panchina tranne il 10 e il 19, che rimangono in disparte dall’altra parte del campo a parlottare.
Fonseca spiega come non esistesse alcun caso e non fosse in alcun modo una protesta contro le sue scelte. Con il passare del tempo però il rapporto non è andato a crescere e arriviamo quindi al presente. Il 6 ottobre, contro la Fiorentina, è stata l’ultima apparizione in Serie A da titolare di Rafael Leao. La partita successiva è stata giocata ben 13 giorni dopo, contro l’Udinese, ed è stata vinta con una sofferenza indicibile: 60 minuti in 10 per via dell’espulsione di Reijnders. Inutile dire che il 10 rossonero non ha visto il campo, anche per ovvie ragioni.
In Champions League invece è presente tra i titolari, gioca, dribbla e fa quel che sa fare, ma il suo linguaggio del corpo è spesso chiaro: passeggia per il campo, non rientra in fase difensiva e viene sostituito tra i fischi (anche ingenerosi) al 60′. Bologna-Milan non è stata giocata per motivi di maltempo e Milan–Napoli l’ha visto ancora una volta sedersi in panchina a inizio partita.
Fonseca continua, sicuro di ciò che sta facendo, a negare ogni cosa: “Non è assolutamente un caso“. Difficile, onestamente, negarlo. I punti di vista però possono essere molteplici e la sicurezza di ciò che succede dietro le mura di Milanello non la possiamo avere. L’allenatore prende le sue decisioni, certamente dettate da quanto visto in settimana da tutti quanti. Se in allenamento Leao è la peggior versione di se stesso, che senso avrebbe farlo giocare? Non è meglio, in quel caso, far giocare chi di voglia esplode?

Senza dubbio, presi singolarmente Leao e Okafor sono anni luce distanti, il portoghese ha molta più esperienza e qualche titolo importante sul groppone, e vista la situazione molto complicata, lasciarlo in panchina per la terza volta in quattro partite non sembra l’idea del secolo. Detto che, però, i numeri dei due giocatori quest’anno non sono troppo distanti l’uno dall’altro, contando che lo svizzero ha la metà dei minuti giocati del portoghese.
1 gol e 1 assist per Okafor in 363 minuti e 1 gol e 4 assist per Leao, in 782‘. In 12 partite questi sono numeri da riserva, e neanche una su cui fare troppo affidamento, ed è per questo che non ci si può soffermare esclusivamente sulle statistiche. L’apporto difensivo che da Okafor a Fonseca è il motivo principale della scelta: quando serve lui torna sempre, non si risparmia per niente e per nessuno, e da quando tocca il primo pallone mostra la grinta di chi vuole incidere, di vuole entrare negli highlights della partita. Altro punto a suo favore.
A differenza sua invece Leao rimane nella sua posizione, così come voleva Pioli da lui. Al portoghese non è mai stato chiesto di tornare in caso di contropiede o assedio avversario, doveva essere sempre pronto però alla ripartenza. Per un buon periodo questo modus operandi ha pagato, certo, ma alla lunga ha reso la difesa rossonera un colabrodo.
Se la scelta di domani verrà confermata e non ci sarà alcun cambiamento di rotta dell’ultimo secondo, si potranno avere delle risposte già da domani o nei prossimi giorni. Inutile però continuare a nascondere la polvere sotto al tappeto e far finta che tutto vada alla grande.


