Alessandro Nesta è stato protagonista del nuovo episodio di “Fenomeni”, rubrica di Amazon Prime Video. Di seguito le sue parole sull’esperienza al Milan: ecco le sue dichiarazioni.
Sull’inizio dell’esperienza al Milan: “Toccare il cielo con un dito. All’inizio non volevo nemmeno andarci al Milan. L’anno prima mi aveva chiamato il Real Madrid e non sono andato, perché volevo restare alla Lazio, ero un ragazzo particolare all’epoca. Poi è arrivato il Milan, la Lazio era mezzo andata… Il primo anno vinciamo Champions e Coppa Italia. Gestione Milan? Top mai visto. Puoi prendere qualsiasi casa che vuoi in affitto e loro ti pagano l’affitto. Dopo, se vuoi, ti portano al mobilificio e ti comprano tutti i mobili che vuoi. Follia. Davvero devi pensare solo a giocare. All’inizio ho sofferto perché mi sono staccato dalla Lazio, ma dopo che ho capito in che club ero arrivato e mi sono tirato su le maniche. I primi quattro mesi ho fatto schifo. Prima partita a Modena, il mio esordio: ho fatto ridere. Poi sono partito, Paolo mi ha dato una mano. All’inizio non ero ancora pronto a staccarmi da Roma… Mi sono affacciato al Gallia il primo giorno e avevo una faccia, Galliani mi ha detto: ‘Oh, ma qui devi sorridere’. Io gli ho detto: ‘Dottore, dammi un giorno’. Poi però ho cominciato e il primo anno sono stato fortunato perché abbiamo vinto la Champions“.
Sulla coppia con Maldini: “Avevo già giocato insieme in Nazionale, poi sono andato al Milan. È il più forte difensore in assoluto per qualità fisica, tecnica e mentale. Sbagliava anche lui, pochissimo, ma quando sbagliava non lo intaccava, era sempre sul pezzo. Parlava poco. È stato il migliore della storia del calcio mondiale. Mi ha insegnato la mentalità. Io venivo da Roma con sandali e bermuda, il capello stirato. Lui mi ha insegnato come si stava al Milan, perché a me sembrava tutto normale e a lui no. Aveva una forza nelle scivolate, a 40 anni andava ancora come un treno. Rino ci dava una mano, ma era una squadra votata ad andare avanti. È stato il più forte, l’unica persona che quando incontro mi mette in imbarazzo. Perché? Non lo so. Imbarazzo nel senso che è diverso“.
Sulla finale di Champions League vinta a Manchester: “Nessuno ha dormito. Perché se perdi contro il Manchester United nessuno dice niente, ma se perdi contro la Juve… È stato molto teso anche Maldini, quando ho visto teso pure lui mi sono preoccupato. Io ero con Pirlo in camera, Andrea non si vedeva tanto che era teso, ma era teso anche lui. Una partita tesa contro una squadra forte, la Juve era rognosa e tosta. Non era bellissimo come giocava, ma ti venivano sempre addosso. Per me è stata una partita brutta. Nel primo tempo noi, nel secondo tempo loro, poche occasioni, Buffon ha fatto una parata importante su Pippo, loro hanno preso la traversa con Conte. E poi andiamo ai rigori… Il mio rigore? Gli ho fatto un po’ di maledetta. L’ho presa col dito… Io avevo calciato un rigore, in U21. Prima dei rigori qualcuno zoppicava, a Rino abbiamo detto: ‘Tu fermati, non è affare per te’. Altri non se la sentivano… Io ho detto che avrei tirato e il mister ha fatto finta di non vedermi al primo giro. Poi ha visto che non tirava nessuno e mi ha chiesto se fossi sicuro, gli ho detto di non preoccuparsi. Non avevo mai calciato un rigore. Nella mia carriera ho avuto occasioni in cui sono andato a vuoto: ho fatto un derby in cui sono uscito a fine primo tempo, quando Montella mi ha fatto tre gol. Ero rimasto ferito da me stesso, allora dovevo trovare un’occasione per rifarmi. Dovevo essere credibile a me stesso, della gente non me ne frega niente. L’ho sentita di doverlo tirare, dovevo mettere via quella roba e allora mi sono presentato. Mi ero preparato: aspetto fino all’ultimo secondo e poi appena si muove Gigi la piazzo. Arrivo, carico per tirare e invece Buffon non si muove, rimane fermo. Non avevo tanto un piano B, quindi ho dovuto aprire il tiro all’ultimo secondo e mi è partito un po’ così. E Gigione non l’ha presa. Poi follia, una festa mai vista. Eravamo a Manchester tutta la notte, tu sai bene cosa si crea quando vinci con i tuoi compagni. Eravamo un gruppo speciale. Le squadre si fanno di grandi giocatori, ma non solo“.
Sulla finale di Champions League persa a Istanbul: “Iniziamo nel primo tempo dicendo che li avremmo sfondati. Eravamo freddi. Nello spogliatoio abbiamo festeggiato? No, no. È qualche scemo dell’altra squadra, non so neanche come si chiama, che ha detto queste cose. Noi invece abbiamo anche discusso, il clima era abbastanza teso perché sapevamo che era ancora lunga. Sai chi li ha tenuti in gioco? Gerrard. Era ovunque, faceva il terzino, risaliva, è stato un animale. Poi nel secondo tempo l’episodio che prendi gol, il secondo che non capisci come e poi ti viene il braccino corto. Sapevamo a fine primo tempo che era ancora lunga e che avremmo dovuto giocare forte perché non era finita. È successo anche altre volte che prendi gol. Sul 3-2 ci è mancato qualcosa. Sul 3-3 abbiamo ricominciato, Dudek fa una parata clamorosa che neanche sa come ha fatto: apre un braccio e Sheva gli tira da un metro e la palla si impenna. Poi andiamo ai rigori e perdiamo. È stata una roba, andava male tutto. Nello spogliatoio nessuno parlava, nessuno si è permesso. Eravamo con le famiglie, siamo andati a mangiare in albergo con le famiglie e c’era un silenzio. Tutti morti eravamo. Rino d’estate voleva andare via, voleva smettere, ma Galliani l’ha convinto. Comunque eravamo tutti depressi. Per tutti i mesi estivi per quel mezzo secondo in cui apri gli occhi quando ti svegliavi, dicevi: ‘Non è possibile dai, non è vero’. E invece dopo quando ci siamo rivisti ci siamo ricaricati. C’era un gruppo di italiani forte, quelli giusti. Ci siamo detti che non poteva finire così e ci siamo rimessi al lavoro, tornati sempre gli stessi. Maldini ha detto le parole giuste, tre parole, non parlava tanto: ‘Rimbocchiamoci le maniche, si riparte’. Dovevamo solo superarla. Rino era morto, penso si sia frustato tutta l’estate. Poi lo conosci. È stato male, sai com’è lui, la gioia super, poi… Ma alla fine si è ricaricato, era quello che ci dava l’input: l’allenamento fatto male dava due scarpate e partiva l’allenamento“.
Sulla finale di Champions League vinta ad Atene: “Segno del destino. Paura? No, eravamo convinti che avremmo vinto. Il destino ce li aveva riportati lì, non potevamo sbagliare quella partita, non potevamo non vincere. Poi abbiamo giocato peggio rispetto ad Istanbul, ma siamo stati più solidi. Eravamo convinti di vincere, già da inizio partita. La scelta di Inzaghi al posto di Gilardino titolare? Pippo non stava in piedi, era mezzo stirato. Gila era in un momento di forma mai visto, speravamo tutti che giocasse lui. Queste sono le grandi intuizioni del mister che ti fanno vincere la Champions, lui sa che in quella partita Pippo Inzaghi ha più chance di fare gol di Gila, anche a pezzi. Pensa come gli cambia la vita a Pippo quella partita. Pre-partita? Eravamo tesi, ma meno tesi dell’altra volta, eravamo convinti che la portavamo a casa in qualsiasi modo. Avevamo Kaka che era in una forma strepitosa. Loro giocavano a 4 in mezzo, lui dava certe fiammate ogni tanto. Eravamo sicuri di vincere“.
Sul suo addio al Milan: “Ho detto basta perché mi sono operato dieci volte e prendevo due Voltaren al giorno, ero fritto. E mentalmente pure ero andato, il corpo cominciava a dirmi basta. L’anno prima avevo fatto le due partite col Barcellona con Messi, le avevo portate a casa non so come. L’anno dopo mi dicevo che se avessi beccato un altro così, mi avrebbe sfondato. Il Milan mi aveva proposto un altro anno di contratto e io ho detto di no. Io sono un difensore e devo correre dietro alla gente, perciò decidono loro quando partono, mentre l’attaccante ha le pause. Non ero pronto per smettere totalmente mentalmente, fisicamente ero prontissimo“.


