C’è un modo tutto milanista di guardare al caos istituzionale che sta attraversando il calcio italiano nelle ultime ore: indignarsi, sì, ma pure sorridere. Perché mentre il sistema si avvita tra inchieste, poltrone vuote e poteri che si ridefiniscono, il Milan osserva il tutto da una posizione quasi ascetica: quella dell’irrilevanza politica.
La terra bruciata del calcio italiano
Le indagini per concorso in frode sportiva che coinvolgono il designatore CAN Gianluca Rocchi sono solo l’ultimo tassello di un mosaico già piuttosto confuso. Se analizziamo, questo evento ne segue altri degli ultimi mesi che fanno terra bruciata del movimento calcistico nazionale.
L’AIA, ad esempio, si ritrova tutto d’un tratto senza il presidente e senza il designatore per Serie A e Serie B. La FIGC è senza presidente e persino senza un commissario tecnico. Un quadro che, in altri tempi, avrebbe visto il Milan protagonista nei corridoi che contano, capace di incidere, orientare, magari anche forzare certe dinamiche. Ora no, tutto tace. E anzi: quando il Milan propone un candidato presidente (Galliani), arriva la pronta smentita del diretto interessato. Tradotto: meno si partecipa, meglio è.
Oggi il Milan pesa poco, o nulla, nei cosiddetti “palazzi del potere”. E qui sta il paradosso: è davvero un male?
Il paradosso del Milan
In un sistema in cui ogni terremoto rischia di trascinare con sé chi è troppo esposto, anche club e dirigenti che sembravano intoccabili, la marginalità rossonera diventa quasi una forma di tutela. Un’opportunità. Non partecipare al banchetto significa anche non essere coinvolti quando il conto arriva. Mentre altri club si agitano tra sospetti e retroscena, il Milan resta ai margini, spettatore più che attore. E in un contesto così instabile, essere spettatori può essere un vantaggio.
Certo, questa “debolezza politica” nasce da una dirigenza percepita come leggera sul piano istituzionale. Non è una scelta strategica dichiarata, ma piuttosto una condizione di fatto. Eppure, proprio questa debolezza si trasforma oggi in una sorta di scudo: meno influenza, meno responsabilità. Meno voce in capitolo, meno rischi di finire nel tritacarne mediatico e giudiziario.
È una consolazione? Forse. È un modello? Difficile sostenerlo. Ma nel cortocircuito attuale del calcio italiano, dove ogni equilibrio sembra provvisorio e ogni ruolo vacante pesa come un macigno, il Milan riesce quantomeno a evitare di essere risucchiato nel vortice.
E allora sì, per una volta si può ironizzare: beato chi non conta nulla. Perché, in tempi di tempesta, anche stare lontani dal timone può significare non affondare.



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