Un sistema di segnali segreti, codificati e utilizzati nella sala VAR per orientare le decisioni arbitrali. È questo uno degli elementi più inquietanti emersi dall’indagine della Procura di Milano sul mondo arbitrale italiano, destinata a far discutere e a scuotere profondamente il sistema calcio.
Secondo quanto riportato da La Repubblica, gli addetti al VAR avrebbero utilizzato una sorta di linguaggio non verbale per comunicare tra loro prima di richiamare l’arbitro in campo. Un metodo discreto, alternativo alle ormai note “bussate”, che qualcuno ha ribattezzato con ironia “Gioca Jouer”, richiamando il celebre brano di Claudio Cecchetto.
Il “vocabolario muto” della sala VAR
Al centro dell’inchiesta ci sarebbe un vero e proprio sistema di gesti codificati. Una mano alzata avrebbe indicato “non intervenire”, mentre un pugno chiuso avrebbe segnalato la necessità di revisione.
Un linguaggio riservato ai soli addetti ai lavori, utilizzato nella sala VAR di Lissone, centro operativo della tecnologia arbitrale italiana dal 2021. Un contesto nato con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza, ma che oggi finisce sotto la lente degli inquirenti.
Resta da chiarire quanto questi elementi peseranno nell’impianto accusatorio della Procura, che al momento ha iscritto nel registro degli indagati per concorso in frode sportiva Gianluca Rocchi, ex designatore arbitrale, e Andrea Gervasoni, ex supervisore VAR.
Il caso Udinese-Parma e il ruolo di Rocchi
Uno degli episodi chiave riguarda la sfida tra Udinese e Parma del 1° marzo 2025. Secondo l’accusa, Rocchi – in qualità di supervisore VAR – avrebbe influenzato la decisione dell’addetto VAR Daniele Paterna.
Dalle ricostruzioni, supportate da audio e video, Paterna inizialmente non riteneva ci fossero gli estremi per un rigore. Poi, dopo essersi voltato e aver chiesto «È rigore?», cambia valutazione e invita l’arbitro Fabio Maresca a rivedere l’azione al monitor.
In quel frangente entrerebbe in scena la cosiddetta “bussata”, attribuita allo stesso Rocchi, un intervento che – secondo il protocollo – non dovrebbe avvenire. I varisti, infatti, dovrebbero operare in totale autonomia decisionale.
Lissone e i dubbi sulla trasparenza
Dal 2021 la sala VAR è stata centralizzata a Lissone, abbandonando le postazioni negli stadi. Una scelta pensata per aumentare la trasparenza e uniformare le decisioni.
Tuttavia, alla luce delle indagini, questo sistema rischia di mostrare il suo lato più controverso. Il presunto utilizzo di segnali e interferenze potrebbe infatti aver superato il confine tra coordinamento tecnico e condizionamento diretto.
Le reazioni e i retroscena
All’interno dell’ambiente arbitrale, certe dinamiche sarebbero state tutt’altro che sconosciute. A confermarlo è l’ex arbitro Daniele Minelli, che all’agenzia Agi ha dichiarato: «Le “bussate”? Se ne parlava. Si sapeva che il protocollo non lo permetteva».
Minelli ha inoltre evidenziato un altro aspetto significativo: da quando Rocchi e i suoi collaboratori hanno smesso di frequentare la sala VAR – dopo l’introduzione della presenza della procura federale – gli errori arbitrali sarebbero aumentati sensibilmente.



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