Stefano Nava ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Gazzetta.it nella quale ha detto la sua sulla diatriba tra Filippo Galli e Paolo Maldini sul lavoro fatto dal settore giovanile del Milan negli scorsi decenni. Ecco le parole dell’ex difensore rossonero.
Stefano Nava: «Bene che Maldini voglia cambiare il calcio, ma il settore giovanile…»
«A me l’intervista in sé è piaciuta, è un bene che Maldini abbia voglia di cambiare il calcio, mi è piaciuta politicamente, a livello gestionale, è ricca di vitalità, ma per quanto riguarda il nostro settore giovanile, è quello raccontato da Galli. Afferma una cosa corretta, nessuno a livello giovanile al Milan ha mai cercato di imprigionare il talento. Semmai si cercava proprio di esaltare le qualità dei singoli, che poi diventavano qualità collettive. E devo dire che il nostro era un metodo faticoso, difficile, a volte creava frustrazione perché c’era una ricerca quasi esagerata dell’avviare l’azione sin dal portiere. Si andava a mettere appositamente in difficoltà il giocatore per esaltarne la capacità di reagire alle difficoltà».
Stefano Nava prosegue: «Non mi sono mai considerato allenatore, gli anni vissuti al Milan li ho fatti, per come la vedo io, in qualità di educatore. Perché i ragazzi devono crescere calcisticamente e umanamente. Dopo di che, bisogna formare il giocatore ed esaltarne il talento, se presente».
«Pionieri del gioco da dietro»
«Siamo stati pionieri del gioco da dietro, gli allenatori avversari erano incuriositi e anche ammirati. Fino a quel momento si andava per lo più di ‘lancione’. Galli nella sua disamina parla di possesso palla, gestione, inizio dell’azione da dietro, cose che erano difficili da vedere ai tempi. Proponevamo un metodo di gioco diverso. Col senno del poi forse è stato un pelo esagerato, ma una cosa posso affermarla con certezza: mai si è cercato di esaltare la tattica a discapito del talento e della qualità. Anzi, il talento era ben inserito in questo metodo, anche perché il talento non è solo tecnica, ma comprendere ciò che sta succedendo. Parlo di intelligenza calcistica. E ‘visionaria’ è un’affermazione corretta: si trattava di un metodo molto interessante, che non aveva mai percorso nessuno, nemmeno a livello di prima squadra. La società ci aveva dato mandato di studiare e comprendere i settori giovanili migliori d’Europa. Ci appoggiavamo a ciò che vedevamo e poi ci mettevamo le nostre idee e la nostra esperienza. Ovvero ciò che ritenevamo opportuno per garantire crescita e formazione. Di certo l’obiettivo non era il risultato».


