L’edizione odierna de La Gazzetta dello Sport ha intervistato Giuseppe Marchioro, ex attaccante cresciuto nelle giovanili del Milan e con una stagione in prima squadra (1957-58), ed anche tecnico rossonero nel 1976. Queste le sue dichiarazioni sulle esperienze al Milan: “Sono arrivato che avevo 14 anni. C’era anche Osvaldo Bagnoli, io di Affori, lui della Bovisa. Eravamo nelle giovanili e venivamo da famiglie povere. Pensi che i dirigenti ci mandavano, me e l’Osvaldo, a mangiare all’Assassino: avevamo bisogno di nutrirci, di bistecche, di far sangue buono. Poi l’Osvaldo ha esordito in Serie A. Io no“.
Marchioro prosegue: “Sfortuna? Ma no, non ero da Milan. E poi avevo dei problemi in famiglia, i miei erano separati. Ho giocato in C e in B. Col Catanzaro nel 1966 ho fatto una finale di Coppa Italia, contro la Fiorentina, abbiamo perso a Roma 2-1 dopo i tempi supplementari. Il gol l’ho fatto io. Non una carriera brillante, roba minima. Ma ho sempre lavorato con serietà e coerenza al di là delle categorie. Anche, soprattutto, da allenatore: non è andata male. Tutte le categorie, tante sperimentazioni, buoni risultati, promozioni, soddisfazioni, bravi giocatori. Ne nomino solo uno: William Vecchi, portiere a Como e poi mio vice alla Reggiana. Un ragazzo d’oro“.
Ancora Marchioro: “L‘esperienza al Milan? Sono arrivato nel 1976, avevo 40 anni, a Cesena avevamo conquistato la qualificazione alla Coppa Uefa. Portavo le mie idee, volevo innovare, costruire con la zona che facevo da anni, con nuove tecniche di allenamento, pressing e altro. Non è andata bene, sono mancati i risultati. Nella mia vita sono sempre stato coerente, fedele alle mie idee e ai miei principi. Forse al Milan sono arrivato troppo presto. La zona del Milan di Sacchi è stata la perfetta realizzazione del mio sogno. Arrigo è stato bravissimo, ma ha trovato la società, Berlusconi, un sistema di gioco già impostato da Liedholm e nuovi grandissimi giocatori. Fui esonerato perchè sono stato troppo precipitoso, ma io mi sentivo pronto, ho cercato di trasmettere ai giocatori le mie idee, ma non tutti mi hanno seguito. Erano abituati a un altro calcio. Non sono stato esonerato, me ne sono andato io“.
Marchioro conclude: “Il presidente Duina, dopo i risultati negativi, mi disse che avrebbero richiamato Nereo Rocco come dt, ma solo per tenere buone piazza e critica. Disse che avrei potuto continuare ad allenare. Lo ringraziai. Non potevo accettare una roba del genere. Dopo 15 partite ho preso le mie cose, le ho messe in due buste di plastica e ho lasciato Milanello. Se avevo litigato con Rivera perché gli avevo tolto la maglia numero 10 e assegnato il 7? Non è vero. Nei piani doveva giocare più a destra. È stato lui stesso a chiedere il 7. Mi disse: ‘Mi piacciono le novità, io non faccio questione di numeri’. Rivera non era mio nemico. Anzi. Fu di una correttezza e di una onestà esemplari. I giocatori non mi hanno fatto la fronda. I problemi erano altri: il gioco cominciava ad esserci, ma quando non si vince… Quel fallimento resta il mio grande rimpianto, poi però mi sono ripreso, ho ricevuto buone offerte, potevo andare alla Roma e al Napoli, ho preferito Cesena. Ho portato la Reggiana in Serie A e, nel 1994, mi sono salvato a San Siro, battendo il Milan di Capello. Qualcosa ho fatto“.


