29 settembre, una data rossonera: 90 volte Silvio, 50 volte Sheva

Ci sono date che appartengono al calendario e altre che, quasi senza volerlo, finiscono per appartenere a una storia. Il 29 settembre, per il Milan, è una di quelle. Non ricorda una finale, non custodisce uno scudetto conquistato o una notte europea da tramandare. Eppure dentro questa giornata c’è una parte enorme dell’universo rossonero. Perché il 29 settembre 1936 nasceva Silvio Berlusconi e, esattamente quarant’anni più tardi, il 29 settembre 1976, nasceva Andriy Shevchenko. Oggi il primo avrebbe compiuto 90 anni, il secondo ne festeggia 50. Due cifre tonde, due vite lontanissime per origine e percorso, unite da un filo rosso e nero che il tempo non è riuscito a spezzare.

Uno ha immaginato un Milan capace di diventare il più forte del mondo quando sembrava quasi un’ambizione spropositata. L’altro, anni dopo, è diventato uno dei volti più belli e parte integrante di quel sogno. E forse è proprio questo a rendere il 29 settembre così particolare: festeggiare Berlusconi e Shevchenko significa, in fondo, festeggiare due pezzi della stessa idea di Milan. Due pezzi della stessa, gloriosa, storia rossonera.

Berlusconi, l’uomo che insegnò al Milan a guardare il mondo dall’alto

Raccontare Silvio Berlusconi attraverso i numeri rischia quasi di essere riduttivo, eppure basta leggerli per comprendere le dimensioni di ciò che è stato. Dal 1986 al 2017, sotto la sua presidenza, il Milan ha conquistato 29 trofei: 8 Scudetti, 5 Champions League, 1 Coppa Italia, 7 Supercoppe italiane, 5 Supercoppe europee, 2 Coppe Intercontinentali e un Mondiale per Club.

Ma l’eredità più profonda probabilmente non è dentro una bacheca. Berlusconi cambiò innanzitutto la percezione che il Milan aveva di sé stesso. Arrivò in un momento complicato e cominciò a parlare di dominio, bellezza, Europa, mondo. Voleva vincere, certo, ma voleva farlo costruendo una squadra che venisse ricordata. Da Sacchi a Capello, dagli olandesi a Baresi, da Maldini ad Ancelotti, fino a Kaká, Pirlo, Nesta e proprio Shevchenko: epoche differenti finirono dentro un’unica convinzione, quella che essere il Milan significasse non accontentarsi mai di essere semplicemente una grande squadra.

Sembrava una promessa esagerata. Diventò realtà. E per una generazione intera di tifosi essere milanisti ha significato crescere quasi pensando che fosse normale vedere il Milan giocarsi una finale di Coppa dei Campioni. Normale aspettare la primavera europea. Normale vedere San Siro riempirsi di Palloni d’Oro. Normale guardare il resto d’Europa senza sentirsi inferiori a nessuno. Non lo era. Era semplicemente il Milan di Silvio Berlusconi.

Poi da Kiev arrivò un ragazzo di nome Andriy

Tredici anni dopo l’inizio dell’era Berlusconi, nell’estate del 1999, a Milano arrivò un ragazzo ucraino che aveva già terrorizzato il Barcellona con la Dinamo Kiev. Aveva 22 anni, correva velocissimo e sembrava avere con la porta un appuntamento già fissato prima ancora che cominciassero le partite. Berlusconi investì 41 miliardi di lire per portarlo in rossonero. Andriy Shevchenko non ebbe bisogno di presentazioni troppo lunghe.

Alla prima stagione italiana segnò 24 gol e vinse immediatamente la classifica marcatori. Sarebbero diventati 175 in 322 presenze con il Milan, numeri che ancora oggi lo collocano al secondo posto tra i migliori marcatori della storia rossonera, dietro soltanto a Gunnar Nordahl.

Eppure anche in questo caso i numeri raccontano soltanto una parte. Sheva è stato il numero 7 che partiva, accelerava e sembrava improvvisamente lasciare il resto del campo qualche metro più indietro. È stato il derby, tantissime volte. È stato il gol. È stato uno di quei calciatori per i quali San Siro riservava un rumore diverso, perché bastava che prendesse il pallone rivolto verso la porta per far alzare migliaia di persone dai seggiolini. Poi arrivò Manchester.

Uno sguardo a Buffon, un rigore e poi l’eternità

28 maggio 2003. Milan-Juventus. Finale di Champions League. Old Trafford. Dopo centoventi minuti e nove rigori arriva il momento di Andriy Shevchenko. Dall’altra parte c’è Gianluigi Buffon. Sheva sistema il pallone, arretra, aspetta il fischio. Qualche secondo che, per un milanista, dura ancora oggi. Rincorsa. Destro. Buffon da una parte, pallone dall’altra. Il Milan è campione d’Europa.

Era la sesta Coppa dei Campioni della storia rossonera. Paolo Maldini avrebbe alzato quella coppa nel cielo di Manchester quarant’anni dopo suo padre Cesare, mentre Shevchenko aveva appena trasformato il rigore con il pallone più pesante della sua vita in uno dei ricordi più belli della storia milanista. Vincere la Champions League battendo prima l’Inter e poi la Juventus. Le rivali di sempre.

Ed è forse in quell’immagine che i due compleanni di oggi finiscono davvero per diventare uno solo. Perché dietro Shevchenko che corre impazzito dopo quel rigore c’è anche il Milan che Berlusconi aveva immaginato diciassette anni prima. Un Milan costruito per quelle notti, per quei palcoscenici, per avere i migliori giocatori del mondo e chiedere loro di diventare immortali con quella maglia addosso. L’anno successivo arriveranno lo scudetto, ancora 24 gol in campionato per Sheva e infine il Pallone d’Oro. Un altro rossonero sul tetto del mondo. Un’altra fotografia perfettamente coerente con l’idea originaria.

90 volte Silvio, 50 volte Sheva

Oggi il tempo impone due auguri diversi. Ad Andriy si possono fare davvero: buon compleanno, Sheva. Cinquant’anni per uno degli attaccanti più forti che abbiano mai indossato questa maglia, ma soprattutto per un uomo che non ha mai nascosto quanto Milano e il Milan siano rimasti dentro di lui. Il tempo è passato, i capelli sono cambiati, quel numero 7 appartiene ormai ai ricordi. Ma ci sono giocatori che smettono di giocare per una squadra senza smettere mai davvero di appartenerle.

Andriy Shevchenko 50 anni - MilanPress, robe dell'altro diavolo
Andriy Shevchenko 50 anni – MilanPress, robe dell’altro diavolo

A Silvio, invece, gli auguri possono arrivare soltanto attraverso la memoria. Novant’anni, Presidente. Li avrebbe compiuti oggi. E allora, almeno per un giorno, invece di soffermarsi sull’assenza, un milanista può scegliere di ricordare ciò che è rimasto. Le coppe sollevate, le notti europee, San Siro vestito a festa, gli elicotteri, i campioni, le finali, le domeniche in cui vincere sembrava quasi un’abitudine. Ma soprattutto quella convinzione, forse persino un po’ folle, che il Milan dovesse sempre provare a stare un passo più avanti degli altri.

Silvio Berlusconi 90 anni - MilanPress, robe dell'altro diavolo
Silvio Berlusconi 90 anni – MilanPress, robe dell’altro diavolo

Il calcio cambia velocemente. Cambiano proprietà, allenatori, giocatori, stadi, linguaggi e generazioni di tifosi. La storia, invece, ha il meraviglioso difetto di non lasciarsi cambiare da nessuno. E quella del Milan dirà per sempre che un uomo nato il 29 settembre 1936 prese una squadra in difficoltà, quasi fallita, e la portò sul tetto del mondo. E che quarant’anni esatti dopo, a migliaia di chilometri di distanza, nacque un ragazzo ucraino destinato a diventare uno dei simboli più luminosi di quella stessa epopea.

Forse è soltanto una coincidenza. Ma certe coincidenze, quando sono colorate di rosso e di nero, assomigliano terribilmente al destino. Buon compleanno, Sheva. E buon compleanno, Presidente. Il 29 settembre è la vostra data. E quindi, inevitabilmente, anche un po’ del Milan.

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