Ricomincia il campionato per tutti, mentre il Milan aspetta il 12 settembre 2020. Non è un paradosso, ma la realtà. Come abbiamo sempre sostenuto la stagione del Milan si era già conclusa prima del lockdown e questa appendice che per molte squadre costituisce la parte clou dell’annata, per i rossoneri è solo una seccatura che non porterá a nulla e che costringe a scendere in campo molti tesserati, dal campo alla tribuna passando per la panchina, che sono già sicuri di lasciare Milanello e via Aldo Rossi subito dopo il 2 agosto. C’è addirittura chi potrebbe non aspettare quella fatidica data, come Zlatan Ibrahimovic per il quale i soliti media asserviti ipotizzano un rientro in campo il 28 giugno contro la Roma, ma per cui nessuno ricorda che proprio due giorni dopo la sfida con i giallorossi scadrà il suo contratto. E che, a differenza di Biglia e Bonaventura, non si hanno avute e non si hanno avvisaglie di rinnovo. Cosa che peraltro andiamo ripetendo dall’inizio del lockdown o meglio dal giorno del licenziamento di Boban.
Ibra a parte, il Milan a Torino aveva dimostrato di avere le qualitá per non sfigurare in questo finale di stagione. Ci sono però due variabili che non possiamo non considerare. La prima è la condizione atletica e psicologica di questa Juventus. La prestazione di Napoli ha dimostrato che la squadra di Sarri non è nemmeno lontana parente di quella che aveva strapazzato l’Inter prima della lunga sosta. I motivi possono essere molteplici, quel che è certo è che la “resistenza” rossonera allo Stadium ha assunto un altro valore dopo aver visto gli azzurri di Gattuso soverchiare dal punto di vista fisico, tattico e motivazionale Ronaldo e compagni. La seconda variabile che ci fa temere il peggio per il finale di stagione dei rossoneri è che una partita come quella contro la Juve si prepara da sola ed è in grado di risvegliare qualsiasi tipo di motivazione. Andare allo Stadium a fare le barricate contro la prima della classe sognando di strappare il gol qualificazione e regolare il torto arbitrale subito all’andata conquistando la finale di coppa costituisce una spinta emotiva per chiunque. Altra cosa invece è lottare ogni 3 giorni per 12 partite senza un reale obiettivo se non la misera qualificazione all’Europa League. Un obiettivo che peraltro giusto un anno fa lo stesso Milan aveva raggiunto e sacrificato barattandolo con l’Uefa in nome del Financial Fair Play. Altra cosa è pretendere motivazioni e concentrazione da parte di un gruppo di giocatori che tra un mese e mezzo sarà smembrato e sarà privato di alcuni dei suoi leader tecnici e carismatici. Altra cosa è pretendere che tutti diano il 100% agli ordini di un allenatore già ampiamente delegittimato ed esautorato. Del successore di Pioli tutti sanno già tutto: metodi, collaboratori, ingaggio, scelte di mercato. Come si può pensare che il povero Pioli abbia ancora un briciolo di credibilitá agli occhi della squadra e dell’ambiente. Oltretutto da parte di giocatori che negli ultimi anni non hanno certo brillato per attaccamento alla maglia e sportività. Come se non bastasse tutto questo nell’elenco dei partenti sicuri a fine stagione dobbiamo inserire anche l’attuale pacchetto dirigenziale che dunque agli occhi della squadra non solo è stato delegittimato ma è visto in aperto contrasto con Gazidis e co. Da questo punto di vista può anche essere apprezzabile l’idea di presentarsi tutti insieme uniti per rassicurare e motivare la squadra alla vigilia della ripresa del campionato. Ma dubitiamo che i giocatori vedendo arrivare insieme Gazidis, Massara e Maldini si siano dimenticati dei duri contrasti pubblici e non solo vissuti in questi mesi. Il messaggio del “siamo tutti uniti” poteva valere qualche mese fa, ma non certo adesso, quando tutti sanno che il 3 agosto arriverà Rangnick con il suo staff al completo e gli attuali tecnici e dirigenti lasceranno Milanello. Per i milanisti dunque non solo non ha molto senso questo finale di stagione, ma sperano che si chiuda il prima possibile. Come accaduto molte altre volte in questi ultimi anni. L’unica eccezione è stata l’anno scorso con Gattuso. Non a caso. A questo proposito ricordo che un anno fa di questi tempi scrissi: “se uno come Rino decide di lasciare il suo Milan c’è da preoccuparsi”. Non sbagliavo.

