Dov’è finito il Milan? Questa è la domanda più ricorrente che negli ultimi anni i tifosi rossoneri si sono posti senza purtroppo mai trovare una risposta o un riscontro positivo. Così, spesso e volentieri, viene molto più facile togliere il punto interrogativo e trasformare quella domanda in una triste affermazione. Già negli ultimi anni della gestione berlusconiana, quelli che a mio avviso sono stati la base da cui sono partiti fallimenti ed incertezze economiche e sportive da cui non siamo mai riusciti ad uscirne, lo stile Milan e gli esempi di una gestione imitata ed invidiata in tutto il Mondo erano diventati un lontano ricordo. La gestione cinese, poi, non ha fatto altro che aumentare questa percezione tra calciatori, addetti ai lavori, tifosi ed opinione pubblica. Cambi di proprietà, di dirigenti, allenatori e rivoluzioni tecniche che si sperava potessero terminare con l’arrivo del Fondo Elliott al timone della barca, ma a distanza di quasi due anni, purtroppo, la sensazione se è possibile è addirittura peggiorata e precipitata. In quasi due anni si sono succeduti tre allenatori, cinque dirigenti e tanti calciatori in entrata ed uscita e, in estate, si prospetta l’ennesima rivoluzione.
Ormai sembra quasi certa l’arrivo di Ralf Rangnick sulla panchina del Milan e a capo dell’area tecnica anche a livello dirigenziale, con il conseguente siluramento di Maldini, Massara e Pioli, dopo quelli di Boban e Giampaolo e gli addii nel maggio scorso di Gattuso e Leonardo. Il tutto guidato da una regia ben precisa, quella di Ivan Gazidis. L’ad sudafricano, ad un anno e mezzo dal suo arrivo, ha preso il comando del timone rossonero divenendo il vero e proprio deus ex machina della gestione Elliott e, invece di procacciare sponsor e far accrescere il valore economico della società, si è messo a prendere decisioni non di sua competenza, scavalcando ruoli che da lui stesso erano stati prestabiliti. Intendiamoci, i Singer sono i proprietari del Milan e hanno tutto il diritto, a torto o ragione, di deciderne come utilizzarlo e quando e come cambiare, e Gazidis ne è il loro braccio destro ed unico esecutore. Al netto di questo, però, se vengono scelte delle figure per gestire la parte tecnica della squadra, bisogna farle lavorare, senza interferenze. il dirigente sudafricano, purtroppo, ha fatto di peggio, andando a contattare e praticamente ad affidare la squadra ad un altro allenatore a campionato in corso. Ed è questa l’arroganza e la presunzione che non sono andate giù a Zvonomir Boban e che, dopo le sue dichiarazioni al veleno a mezzo stampa, gli sono costate il licenziamento.
Torniamo, però, al peccato originale. Con i contatti certificati e molto più che ben avviati tra Gazidis e Rangnick, l’ad rossonero ha delegittimato, non solo Stefano Pioli durante il suo comunque positivo lavoro nel corso di una stagione, ma anche le figure di Boban, come detto, Maldini e Massara. La proprietà in tutto questo è sempre stata assente, non ha mai battuto un colpo e non ha mai rilasciato mezza dichiarazione per difendere questa o quell’altra figura. Paolo Scaroni, quello che sulla carta sarebbe il Presidente, ha continuato a parlare solo di stadio e non ha mai dimostrato di contare più di quella che realmente è la sua figura di facciata all’interno della società (a parte le dichiarazioni imbarazzanti di qualche giorno fa sui presunti positivi in casa Milan, poi smentite dai test su cui è meglio stendere un velo pietoso). Si è creata così una vera e propria polveriera in cui anche Rangnick ha fatto la sua parte, rilasciando dichiarazioni da “quasi” tesserato rossonero senza esserlo. Dichiarazioni che hanno fatto andare su tutte le furie Paolo Maldini, il quale per non essere da meno del suo amico Zvone, non ha perso occasione per sganciare una bomba a mano a mezzo stampa che difficilmente potranno far coesistere la sua figura insieme a quella del tedesco nel Milan che verrà. Ma chi è la vera vittima di tutto questo caos? Solo e soltanto il Diavolo, la sua immagine e la sua credibilità sempre più ridotta ai minimi termini. Non sarebbe stato meglio lavare i panni sporchi in famiglia e farlo lontano da stampa e tv? Perché, nonostante si è dalla parte della ragione più assoluta, indurre la società al licenziamento e non dimettersi per mancanza di vedute comuni e in molti casi anche di rispetto? Domande, dubbi che si risolveranno con l’ennesima rivoluzione in estate e con altre bandiere ammainate, ma che probabilmente avrebbero potuto avere risvolti differenti, soprattutto visto l’amore e il senso di appartenenza di gente come Zvone e soprattutto Paolo.

