Com’era Christian Pulisic da bambino? A parlare di lui ci ha pensato Mark Zathey, suo allenatore per una stagione all’età di 7 anni al Michigan Rush. Intervistato da SportWeek, settimanale della Gazzetta dello Sport, ha parlato così del numero 11 del Milan, svelando innanzitutto un retroscena.
“Il Barcellona gli offrì un provino. Suo papà lo accompagnò in Spagna senza dirgli il vero motivo del viaggio. Christian pensava fosse una vacanza per il compleanno, ma in realtà doveva sostenere un test con una selezione giovanile del Barça. I catalani rimasero stupiti dal suo talento e gli offrirono un posto nell’Academy. Mark e Kelley, i genitori di Pulisic, rifiutarono: l’idea di trasferirsi dall’America alla Spagna non era troppo gradita. Il piccolo Christian era ignaro di tutto ciò“.
Sulla sua esperienza con Pulisic: “Ero direttore delle giovanili del club. Christian l’ho allenato un solo anno e, vedendo l’attaccamento dei genitori, chiesi a suo padre di affiancarmi come assistente. Fu una figura fondamentale per la crescita del figlio. Mi ricordo che Mark, qualche volta, chiamava Christian ‘Luis’, in onore della grande ala portoghese. Sul campo volava: era piccolo di statura ma sempre concentrato sull’andamento del gioco. In spogliatoio fece subito amicizia con i ragazzi della squadra, anche con quelli più grandi, nonostante lui avesse otto anni. Era il 2007. Ricordo anche che, oltre al calcio, passava le ore a giocare a scacchi, a golf e persino a completare puzzle“.
Zathey prosegue: “In spogliatoio era uno dei più apprezzati: non voleva i riflettori addosso e aveva una vena competitiva capace di far alzare il livello anche dei singoli compagni. Anche a otto anni. Viaggiava sempre a gran ritmo. Io lo feci giocare prima in fascia e poi in mezzo al campo: Pulisic è un trequartista. Suo papà Mark mi raccontava che, quando tornava dall’allenamento, metteva quattro o cinque palloni come bersagli sopra un bidone e cercava di colpirli prima col destro e poi col sinistro. Così ha affinato una qualità che in pochi hanno“.
Sulle doti dentro e fuori dal campo: “Christian non ruba l’occhio per i suoi dribbling, ma vi assicuro che si divertiva come un matto a fare giochetti da brasiliano. Doppi passi, elastici, tocchi di esterno. Una volta, in partita, gli dissi ‘Non sei al circo’, lui capì subito e da lì cominciò a giocare in modo semplice. Ciò che più mi colpì di lui era la sua disponibilità a giocare ovunque, in qualunque ruolo o zona del campo: un giorno lo misi alla prova schierandolo in porta, e non fece una smorfia. Christian è questo: un ragazzo semplice, sorridente, disposto a tutto pur di mettersi al servizio della squadra. Qui al Michigan nessuno se lo dimentica“.


