SOLO A MP • Zaccheroni: “Pioli merita una chance, Ibra e Donnarumma gli unici indispensabili. Su Elliott e Boban…”

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Nel giorno del suo 67esimo compleanno, mister Alberto Zaccheroni, il mister del 16° scudetto rossonero, ha rilasciato un’interessante intervista esclusiva ai microfoni di MilanPress. L’ex tecnico del Milan ha parlato dell’attuale situazione societaria, dei suoi ricordi ma anche del particolare periodo in cui sta versando l’Italia e il calcio in generale a causa dell’emergenza Coronavirus:
Il calcio doveva essere fermato prima – ha esordito l’allenatore -, ma condannare l’organizzazione del calcio per il ritardato stop sarebbe troppo facile. Ci sono stati dei danni collaterali gravi, soprattutto nelle partite di Champions League. È altrettanto vero che inizialmente questo problema è stato sottovalutato un po’ da tutti”.

Quando pensa si potrà riprendere?
Il calcio deve riprendere quando non ci sarà più alcun rischio di contagio, ma finché ci sarà non vedo come si possa pensare di riprendere. Abbiamo visto come per i giocatori sia impossibile evitare il contatto, l’abbraccio al momento del gol. L’ipotesi a porte chiuse non è la stessa cosa, ma può essere già una soluzione. Ma ora i giocatori hanno tempo per rimettersi in forma? Ci sono i tempi per concludere? Anche perché ai giocatori un mese di stacco, nonostante il riposo di questi giorni, va dato. Perché quello che stanno facendo ora è riposo, ma non è vacanza. Non mi piace l’idea di cancellare questa stagione, ma l’ipotesi di annullarla diventa sempre più concreta. Così come non mi garba l’ipotesi sei play-off e play-out, perché per correttezza se i campionati iniziano con un regolamento devono finire con lo stesso, per non falsarlo. Non è la soluzione migliore”.

Cosa pensa dell’attuale gestione aziendale del Milan?
“L’operazione di Elliott è un’operazione finanziaria, ha acquisito il Milan a basso costo rispetto a quello reale e ora l’obiettivo è quello di venderlo per fare plusvalenza. Per farla bisogna valorizzare il brand. Sì può fare, ma se si pensa di farlo solo con i giovani da valorizzare e poi rivendere va contro la storia e la filosofia recente del Milan. E in questo modo non si tiene conto dei tifosi. Anche perché le altre big italiane non faranno così. E creando una tifoseria, un ambiente ostile, a rimetterci sarebbero gli stessi giocatori”.

Quindi un giocatore di esperienza e qualità come Ibrahimovic deve essere tenuto?
“Ho sempre detto che uno dei più grandi rammarichi della mia carriera è stato quello di non poterlo allenare. È un campione assoluto, che avrebbe meritato senza dubbio il Pallone d’Oro. Solo che in questa fase della carriera sta dimostrando dei limiti dinamici evidenti: ci delizia sempre, ma gioca da fermo, la squadra spesso si deve sacrificare per lui. È un grande campione ma probabilmente non è il profilo giusto su cui poter ricostruire: è un giocatore da presente e non da futuro”.

Sulla questione Boban-Gazidis?
“Maldini e Boban erano responsabili dell’area tecnica: se è vero che la società ha contattato Rangnick, aveva il dovere di confrontarsi con loro. Ma è anche vero che nel calcio è sempre successo e sempre succederà che la proprietà contatti e prenda un allenatore senza sentire la dirigenza. Quante volte, ai tempi dei presidenti-padroni, questi sentivano la disponibilità di allenatori senza consultare il direttore sportivo? È un difetto del sistema, ma non un’anomalia”.

A proposito di allenatori, Pioli merita di rimanere sulla panchina del Milan?
“Io penso che quando si prende un allenatore gli si dovrebbe dare l’opportunità di gestire la squadra almeno per una stagione intera. Ma il nostro campionato si è sempre contraddistinto per i tanti cambi in panchina, ma fa parte della nostra cultura. Pioli è arrivato in corsa, il che non è mai facile. Il Milan in questi anni sta cambiando molti allenatori, in passato non faceva così. È un peccato e anche il sinonimo di una scarsa chiarezza da parte della società. Ora Pioli andrebbe difeso, perché poi c’è il rischio che i ragazzi non lo seguano, e giudicato dopo un’intera stagione”.

Quali sono i giocatori che il Milan deve trattenere a tutti i costi?
“Se la società mette il tetto agli ingaggi e vuole fare cassa, la cessione di Donnarumma è logica. Però poi non si può dire ai tifosi che l’obiettivo sono le prime posizioni della classifica. Gigio è il giocatore che più di tutti sta incidendo sui risultati del Milan, sta mostrando una maturità straordinaria. I giocatori indispensabili per i rossoneri in questo momento sono Donnarumma e Ibrahimovic, ma anche Hernandez mi piace molto.

Quali sono gli attaccanti più forti che ha allenato?
Weah, Bierhoff e Shevchenko. Weah purtroppo l’ho avuto alla fine della sua carriera, gli abbiamo tirato via le ultime gocce di sangue – se così si può dire – nell’anno dello scudetto del ’99. Bierhoff è stato un giocatore che mi ha dato sempre molto, concreto, che con me in sei anni – tra Udinese e Milan – ha fatto quasi più gol che presenze; siccome le partite si vincono con i gol, lui per me era fondamentale. Siamo entrati in sintonia e ho costruito la squadra sulle sue caratteristiche. Perché per segnare ci vuole sì la tattica ma poi anche i giocatori che la buttano dentro. Non era bravo solo di testa: lui era fortissimo quando arrivava sulla palla, non quando la palla gli arrivava addosso. Non fu facile inserirlo nel Milan: lui non era un giocatore elegante e i tifosi rossoneri, abituati agli attaccanti che avevano vinto il Pallone d’Oro, inizialmente hanno storto il naso. Poi hanno imparato ad apprezzarlo perché è stato decisivo. L’altro è Sheva, che l’ho avuto ancora molto giovane. Mi chiamò Berlusconi per chiedermi di andare a visionarlo a Wembley in Arsenal-Dinamo Kiev di Champions; mi chiese di fare una relazione firmata con scritto in fondo “da prendere” o “non da prendere”. Il giorno dopo gli presentai la relazione con scritto “da prendere” in stampatello e sottolineato tre volte. Vedeva la porta più di ogni altro”.

Scudetto 1999: quando ha capito che si poteva compiere l’impresa?
“È stata la rimonta più sorprendente della storia del campionato italiano. Siamo stati bravissimi alla fine, ma ancora di più a farci trovare pronti quando la Lazio inciampò in casa con la Juventus. Mentre stavano giocando, noi eravamo sull’aereo per andare a giocare a Udine. Quando siamo atterrati, è salito un dirigente che ci disse che la Lazio aveva perso; io mi girai, guardai gli occhi dei miei giocatori e a tutti brillavano. La mattina dopo arrivò Galliani e gli dissi: ‘Non so se vinceremo lo scudetto, perché loro sono comunque a +1. Però ho visto i miei giocatori e di una cosa sono convintissimo: che in queste ultime 7 partite faremo 21 punti’. E così è stato! Il giorno dopo abbiamo dato 5 gol all’Udinese, che ai tempi era una squadra tosta. Il nostro capolavoro fu proprio lì”.

 

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