Nei periodi in cui le cose vanno poco bene, sia in campo che fuori, si fa sempre un gran parlare del milanismo ormai perso e di quel senso di appartenenza o DNA che servirebbero per far tornare il Milan ai fasti di un tempo. Non è un caso, e nemmeno un segreto, infatti, che tutti le grandi squadre del passato, che hanno scritto la storia del Diavolo, a livello di vittorie e risultati, avevano una base forte di gente che teneva al Milan come una sorta di seconda pelle e che, prima ancora di esserne calciatore, ne era prima di tutto tifoso o, comunque, lo aveva vissuto fin da piccolo, crescendo e facendo tutta la trafila dei settori giovanili. Il primo grande Milan ad aver trionfato in Europa e nel Mondo, per esempio, quello a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, era rappresentato in campo da Capitan Gianni Rivera e Lodetti ed in panchina da Nereo Rocco. Milanismo che ritroviamo poi nelle tre grandi ere vincenti del Diavolo berlusconiano. Da Sacchi a Capello, fino ad arrivare ad Ancelotti, infatti, a rappresentare il Milan ed il DNA rossonero in campo e fuori, c’erano e ci sono stati, i vari Maldini, Baresi, Costacurta, Tassotti, Massaro, Albertini, fino ad arrivare ai Gattuso, agli Ambrosini, agli Inzaghi e tutti i campionissimi che hanno fatto, in quegli anni, dei colori rossoneri la loro seconda pelle.
La mancanza di milanismo e la ricerca a tutti i costi

Il Milan di Stefano Pioli, l’ultimo vincente, ha costruito le sue fortune sulle intuizioni ed il senso di appartenenza che uno come Paolo Maldini ha saputo infondere a tutti i calciatori all’interno di Milanello e dello spogliatoio. Ora, con il licenziamento sciagurato dell’ex bandiera e Capitano, avvenuto nell’estate 2023, e l’addio di gente come Olivier Giroud e Simon Kjaer che da Maldini e da tutto l’ambiente avevano ereditato quel milanismo che in campo li faceva dare il 110%, anche gli ultimi barlumi di una restaurazione rossonera sono andati a farsi benedire. Il Milan ai milanisti è uno slogan che tanto, troppe volte abbiamo letto e ascoltato nel corso degli ultimi dieci anni costellati da tanti dispiaceri e pochissime gioie. Uno slogan che in parte deve e può essere considerato giusto e sacrosanto, ma che ha bisogno delle giuste eccezioni che confermino la regola. Nello scorso decennio, infatti, in nome di questo “specchietto per le allodole” abbiamo visto progetti tecnici affidati ad allenatori come Pippo Inzaghi e Rino Gattuso, con le dovute differenze e distingui, che poi si sono rivelati, anche nel corso della loro carriera, allenatori non da Milan. Così, come, si sono osannati calciatori che avevano il Diavolo nel cuore perché milanisti fin dalla nascita o perché cresciuti nel settore giovanile di Milanello, ma che poi, del Milan, non ne erano all’altezza, soprattutto tecnicamente.
Milanismo e senso di appartenenza, i casi Cutrone e Calabria

Ed allora, così come si sente dire da più di dieci anni, è giusto ripartire da un po’ di sano milanismo e senso di appartenenza, ma non a tutti i costi. Insomma. Il Milan deve e può ripartire da gente di spessore, come ha fatto quando ha affidato tutto l’aspetto tecnico della squadra e delle giovanili al milanista più milanista di sempre: Paolo Maldini. Questo, però, non significa che basta essere cresciuti con il Milan nel cuore per esserne all’altezza. Da diversi anni, per esempio, il Capitano è Davide Calabria che con i rossoneri ed in rossonero è cresciuto ed è diventato calciatore, esordendo in Serie A, ormai quasi dieci anni fa. Secondo tanti tifosi rossoneri, e non solo, però, il terzino rossonero non può e non deve essere un titolare del Milan, e ancor meno può esserne il Capitano. Qualche stagione di livello, soprattutto quando le cose a Milanello funzionavano grazie al senso di appartenenza e milanismo che Paolo Maldini aveva riportato in tutti i settori di Casa Milan, le ha fatte pure, ma poi sono tornate le lacune, i disagi e le partite imbarazzanti, in cui fischi e mugugni lo affossavano ad ogni palla sbagliata. Nell’estate 2019, quella della rivoluzione targata Boban e Maldini, il Milan accettò un’offerta di circa 23 milioni di euro per Cutrone, ma la scelta fu criticata perché Patrick veniva considerato il simbolo della riscossa rossonera. Ecco, l’ex attaccante milanista, a cui auguriamo ancora ogni bene, non riuscì mai a mostrare di essere un attaccante di livello tale da meritarsi il Milan e quella cessione resta una delle più azzeccate ed illuminate degli ultimi anni. Ora, si riparta dal milanismo, quindi, ma non a tutti i costi.

