C’è un’immagine che tutti i tifosi rossoneri hanno visto: la stretta di mano, tra Fikayo Tomori e Rúben Amorim, dopo settimane in cui i due si erano guardati a distanza, separati da una decisione di mercato più che da un giudizio tecnico. Il difensore inglese era stato messo fuori rosa, allenamenti individuali, il nome accostato al Fulham e all’Aston Villa, la valigia pronta e mai davvero chiusa. Poi il mercato si è chiuso senza un centrale nuovo, Matteo Gabbia si è fermato per l’infortunio alla caviglia e il Milan ha fatto quello che qualche settimana fa sembrava improbabile: ha richiamato in gruppo l’uomo che aveva appena escluso.
Amorim, in conferenza stampa, non ha usato mezzi termini quando gli hanno chiesto conto di Tomori: si sta allenando bene, ha detto, e servirà nel corso della stagione. Una frase semplice, quasi di circostanza, se non fosse che arriva a poco più di 24h da una partita che per Tomori non è mai stata una partita come le altre. Domenica sera, allo Allianz Stadium, il Milan affronta la Juventus, e per il centrale inglese quel campo custodisce un ricordo che vale più di una singola prestazione: il gol del 3-0 nel maggio 2021, terzo sigillo di una serata che spalancò ai rossoneri le porte della Champions League dopo anni di attesa. Un gol pesante, di quelli che restano scritti non solo nei tabellini ma nella memoria di una tifoseria intera.
Tornarci oggi, in queste condizioni, ha un sapore diverso. Non è la stessa squadra, non è lo stesso momento di carriera, e soprattutto non è la stessa fiducia che lo circondava allora. Tomori arriva a questa sfida da uomo che ha dovuto ricostruirsi una credibilità che pareva già acquisita: quattro anni fa era il pilastro giovane di una difesa che riportava il Milan tra le grandi d’Europa, oggi è un giocatore in scadenza nel 2027 chiamato a dimostrare, allenamento dopo allenamento, di meritarsi ancora un posto in un progetto che lo aveva considerato superfluo. Il paradosso è che a riportarlo in causa non sia stata una scelta di cuore, ma le dinamiche di un mercato senza alternative: nessun difensore d’esperienza è arrivato a rinforzare il reparto e l’emergenza ha aperto una porta che il club aveva provato a chiudere.
Proprio per questo la partita di domenica assume un peso che va oltre i tre punti. Se Amorim deciderà di affidargli una maglia da titolare, o anche solo un ingresso a gara in corso, Tomori si ritroverà nello stesso stadio dove nel 2021 aveva scritto una delle pagine più liete della sua storia rossonera, ma questa volta con l’obbligo di dimostrare qualcosa che allora nessuno gli chiedeva di dimostrare. Non è più la rivelazione che si consacra, è il reduce che cerca la conferma. Il romanticismo del parallelo storico rischia di scontrarsi con la durezza di un presente che si giudica match per match, senza sconti per chi porta comunque lo scudetto 2021/22 cucito addosso.
Resta da capire se questo reintegro sia davvero l’inizio di una rinascita o soltanto una soluzione temporanea, in attesa di gennaio. Amorim ha parlato di un giocatore che serve alla causa, non di un progetto a lungo termine, e il contratto in scadenza pesa come un promemoria costante sulle intenzioni reciproche. Ma il calcio, si sa, si nutre anche di coincidenze che sembrano scritte apposta: lo stesso stadio, lo stesso avversario, lo stesso uomo chiamato di nuovo a incidere. Se Tomori dovesse tornare a lasciare il segno a Torino, o dalle partite successive, sarebbe difficile escluderlo nuovamente come in passato.



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