C’è una differenza sottile ma decisiva tra scegliere e ritrovarsi a scegliere. Ed è proprio in quella zona grigia che si colloca la decisione del Milan di puntare su Amorim.
La scelta Amorim
Per settimane il club rossonero ha inseguito profili diversi, ciascuno portatore di una visione specifica. Ralf Rangnick rappresentava l’idea della rivoluzione strutturale, ma il tedesco non aveva alcuna intenzione di restare in attesa all’infinito. Matthias Jaissle, invece, continua a essere legato all’Al-Ahli da vincoli contrattuali e da una situazione che non si è mai realmente sbloccata. Oliver Glasner, dal canto suo, non ha mai nascosto la propria posizione: avrebbe preso in considerazione il Milan soltanto in presenza di condizioni perfette, sportive e societarie.
Tre piste diverse, tre ostacoli differenti. E un denominatore comune: nessuna di esse si è trasformata in un sì concreto.
A quel punto è emersa con forza la candidatura di Amorim. La domanda che inevitabilmente accompagna la scelta è però un’altra: il Milan lo voleva davvero più degli altri o ha finito per convergere sull’unico allenatore realmente disponibile?
La risposta, probabilmente, sta nel mezzo.
Perché sarebbe ingeneroso descrivere Amorim come un ripiego. Il suo percorso, la capacità di costruire identità tattiche riconoscibili e il lavoro svolto negli ultimi anni lo rendono un profilo coerente con l’idea di un Milan moderno e sostenibile. Allo stesso tempo, però, è difficile ignorare la sequenza degli eventi che ha portato il club verso questa soluzione.
Quando un candidato si sfila, un altro resta bloccato da un contratto e un terzo detta condizioni quasi impossibili da soddisfare, la rosa delle opzioni inevitabilmente si restringe. E quando il campo si restringe, anche la percezione della scelta cambia.
Per questo la vera sfida di Amorim non inizierà alla prima giornata di campionato. Comincerà molto prima, nel momento in cui dovrà convincere ambiente e tifosi di essere stato il primo nome della lista e non semplicemente l’ultimo rimasto.
Nel calcio, del resto, conta vincere. Ma per chi arriva sulla panchina del Milan conta anche un’altra cosa: far dimenticare chi non è arrivato.


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