Samuele Ricci, arrivato l’anno scorso dal Torino come il centrocampista italiano su cui costruire il futuro, rischia di lasciare Milanello dopo una sola stagione.
Non per un errore tecnico isolato, non per problemi fisici, non per problemi comportamentali ma per un motivo più semplice e più difficile da correggere: non è il calciatore che serve a Ruben Amorim.
Il tecnico portoghese ha portato con sé, in ogni tappa della sua carriera, un sistema di gioco identitario costruito attorno alla difesa a tre, a due centrocampisti affiancati da esterni a tutta fascia chiamati a coprire l’intero corridoio laterale e mezzali capaci di alternare densità difensiva e inserimento offensivo. È un modulo che non lascia spazio al mediano puro, quel giocatore che scherma la difesa, distribuisce corto e imposta senza strappare.
Ricci, nel suo DNA calcistico, è esattamente questo: un playmaker basso, cresciuto a Empoli e maturato a Torino nel ruolo di regista davanti alla difesa, abituato a giocare con la squadra schierata a quattro dietro e un solo compagno di reparto a fargli da scudo o da spalla. Nel sistema di Amorim, invece, i due centrocampisti centrali devono essere calciatori più simili a mezzali totali: calciatori in grado di ricoprire metri, che vadano a pressare alto, che si propongano negli inserimenti senza palla e che, quando serve, occupino l’area avversaria. È un profilo fisico prima ancora che tecnico, ed è qui che casca l’asino per Ricci.
Il centrocampista ex granata non ha mai fatto della gamba il suo punto di forza: la sua qualità sta nei tempi di gioco, nella visione, nel controllo orientato, non nella capacità di ripetere sprint su sprint per novanta minuti in un centrocampo a due che deve coprire campo in entrambe le fasi. Ed è un limite che il tecnico portoghese potrebbe aver individuato con chiarezza fin dalle prime settimane di lavoro.
Così si spiega il paradosso più discusso tra i tifosi rossoneri: la conferma di Yunus Musah, calciatore tecnicamente distante da Ricci ma che incarna esattamente ciò che Amorim cerca. Musah corre, ripiega, raddoppia, si propone in progressione palla al piede: è un centrocampista da 3-4-3 nel senso più fisico del termine, anche se la qualità nell’ultimo passaggio non è la stessa. La scelta racconta bene la filosofia del nuovo Milan: prima l’equilibrio dei movimenti senza palla, poi il talento individuale. Un criterio che può sembrare controintuitivo a chi giudica un calciatore solo dai numeri sul pallone, ma che risponde a una logica tattica precisa, quella di un allenatore che sull’identità di sistema ha costruito l’intera carriera.
Resta la “beffa” sportiva. Ricci, appena 24 anni, ha firmato lo scorso anno un contratto lungo fino al 2029 e viene da una stagione da riserva, con poche presenze importanti, senza avere mai la possibilità di essere davvero il faro del centrocampo che tutti si aspettavano. Ora rischia di ripartire da un’altra piazza, forse in Serie A, dopo aver dimostrato in campionato di poter reggere il ritmo del grande calcio italiano, ma non quello che il nuovo Milan di Amorim ha deciso di imporsi. Un caso che dice molto su quanto, nel calcio moderno, non basti più essere bravi: bisogna essere bravi nel sistema giusto.



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