Cambiare il destino. Delle partite, delle stagioni. È quello che è successo lunedì sera a Torino in una di quelle trasferte che, per il Milan, definire da incubo è riduttivo. E incubo lo stava diventando per davvero. Ancora una volta. Sotto 2-0 dopo venti minuti, sembrava che il copione rossonero – ogni volta che si calca il terreno dell’Olimpico Grande Torino – fosse il solito. Approccio sbagliato, errori tecnici e anche l’infortunio di Leao a presagire una serata amara.
Serata amara e di quelle da dimenticare il più in fretta possibile fino al minuto 66, giro di orologio in cui la lavagna del quarto uomo segna il numero 11 e sancisce l’ingresso in campo di Christian Pulisic. È la svolta della serata. Passano solamente 35 secondi e al primo pallone toccato fa tutto quello che i compagni – ad eccezione di Rabiot – non avevano fatto prima. Buttare la palla in porta. È il gol del pareggio.
A Pulisic però non basta. Il Milan continua ad attaccare per completare la rimonta capitanato dal suo Capitan America. Al 77′ avvia l’azione del 2-3 e la conclude in porta firmando una doppietta in dieci minuti. E pensare che fino al giorno prima aveva 39 di febbre. Già, perché un dettaglio da non sottovalutare è che non era partito con la squadra e la sua presenza è stata in dubbio fino all’ultimo minuto, tant’è che Allegri non l’ha schierato titolare ma lo ha preservato in panchina per farlo entrare nella ripresa. Mai scelta (anche se obbligata) fu più azzeccata.
Il 2-3 finale è la sintesi perfetta di quello che Christian Pulisic ha dato e sta dando al Milan in questi tre anni. Lucidità nei momenti difficili, determinazione, capacità di incidere quando tutto pare essere stato buttato via. E anche un determinato tasso tecnico che non guasta mai. Ma questo non è semplicemente il racconto di una partita decisiva, di un momento o di una stagione: è l’ennesima, inevitabile, esaltazione di un giocatore che al Milan ha dato – e continua a dare – molto più di quanto ci si potesse immaginare al momento del suo arrivo.
L’arrivo di Pulisic al Milan tra scetticismo e interrogativi
Quando Christian Pulisic sbarcò a Milano nell’estate del 2023, a storcere il naso furono in parecchi. Troppi infortuni al Chelsea, troppa discontinuità, troppa distanza tra aspettative e rendimento. Insomma, era addirittura qualcosa in più di un talento da rilanciare. Pochi però avevano compreso cosa, e soprattutto chi, stava realmente arrivando: un professionista esemplare, un giocatore maturo, un leader silenzioso.
La sua prima stagione in rossonero fu tanto al di sopra delle aspettative: 15 gol e 10 assist, numeri che in Serie A in pochi fanno, specie all’esordio. Gol pesanti, contributo costante, una chimica immediata con la squadra e con San Siro. E tutto questo non era un fuoco di paglia: era il manifesto di ciò che sarebbe venuto dopo.
La conferma totale: la seconda stagione da leader tecnico
Se la prima stagione aveva stupito, la seconda ha certificato il suo ruolo centrale nel progetto rossonero. Pulisic ha chiuso l’annata 2024-25 con 17 gol e 10 assist, migliorando ancora la propria cifra realizzativa e incidendo in partite decisive. Non solo giocate, non solo numeri: ma una capacità di trascinare la squadra nei momenti più delicati anche in una stagione in cui le cose non sono andate benissimo. Pulisic ha smesso di essere il giocatore che doveva rilanciarsi, diventando uno dei punti fermi del Milan, una delle armi più temute da ogni difesa in campionato e in Europa. Una certezza.
La terza stagione: i sigilli del campione (in aggiornamento…)
E torniamo al punto di partenza. La sua terza stagione in rossonero. Quella attuale. Il suo contributo continua ad essere più fondamentale che mai: 9 gol e 2 assist tra tutte le competizioni quando siamo ancora a dicembre. Capocannoniere del campionato insieme a Lautaro e partite da protagonista assoluto.
E poi, la notte di Torino – non una consacrazione, perché non ce n’è bisogno, bensì una conferma, una tremenda conferma – tra la febbre, la panchina, la chiamata nella ripresa. E l’impatto. Travolgente. Istantaneo. Determinante. Come non lo era stato a Parma, quando il suo errore sotto porta impedì al Milan di fare un altro 2-3, questa volta si è ripreso tutto con gli interessi. E il Milan è diventata la squadra con la quale ha segnato più gol (41) in carriera contro i 19 fatti al Dortmund e i 26 al Chelsea, con più presenze.
Pulisic è diventato ciò che il Milan non aveva più
Questo editoriale è un atto dovuto: Christian Pulisic non è solo uno dei migliori esterni d’Europa, è un giocatore che ha sposato il Milan, lo ha capito, lo ha fatto suo. Ha portato qualità, intelligenza, gol, assist, ma soprattutto la mentalità delle grandi notti. La rimonta di Torino è l’ennesimo capitolo della sua storia rossonera: una storia che continua, cresce e si arricchisce. Una storia che oggi – e non solo oggi – merita di essere celebrata. Perché il Milan, oggi, non può prescindere dal suo numero 11. E questo editoriale non può essere altro che un elogio a Christian Pulisic.



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