Marzo è il mese in cui il tempo si ferma al Milan. Da aprile, anziché proseguire, torna indietro. È così da anni, fino ad arrivare a maggio tempo in cui tutto si ribalta e si inizia di nuovo daccapo. È cominciato tutto con i ribaltoni in panchina – effettivi o programmati – degli ultimi anni Berlusconi e si sono aggiunti quelli societari dell’epoca cinese di Yonghong Li e quella americana di Elliott.

L’ultimo prevede l’allontanamento di Boban, Maldini e Pioli, un unico pacchetto da spostare nel cestino del dekstop societario, dove troveranno già Gattuso con Leonardo, Fassone e Mirabelli con Montella più una manciata di altri allenatori. I tifosi invocano una gestione programmatica a lungo termine, ma ogni figura che si insedia a Casa Milan anziché pensare a come attuare i piani da tramutare in campo hanno una spada di Damocle che pende sulle loro teste, perché il tempo finisce ancor prima di cominciare.

In origine era Seedorf, primo allenatore post Allegri, a essere accompagnato alla porta perché troppo sincero e diretto nel dire che senza investimenti e giocatori di qualità il Milan non poteva che regredire anziché evolvere. Berlusconi non ha accettato di buon grado quelle parole nei tempi di “se non esce nessuno, non entra nessuno” di Galliani e così il primo benservito. A posteriori, una profezia rivelatasi maledettamente vera. Inzaghi è l’unico che fa eccezione per i magrissimi risultati sportivi tradotti in un orribile decimo posto in classifica. Mihajlovic era troppo diretto e inviso al presidente per poter rimanere, poi dopo il traghettatore Brocchi, ecco Montella, l’ultimo berlusconiano. L’aeroplanino ha portato l’ultimo trofeo a Milanello, è vero, ma è stato capace di gettare alle ortiche una campagna acquisti definita faraonica, ma rivelatasi un’ecatombe.

Da Fassone e Mirabelli a oggi, le scelte in campo sono state sempre avventate e tragiche. Milioni su milioni spesi, che sono costati deficit e la squalifica dall’Europa League, non hanno trovato i risultati sperati: dentro in pompa magna, su tutti, Bonucci con i gradi di capitano. Con l’arrivo di Elliott è stato rispedito al mittente un’estate dopo, poi Higuain e Caldara, ancora più funesti. Il primo ha resistito sei mesi, il secondo un anno e mezzo con zero presenze in Serie A (una in Europa Legaue e una in Coppa Italia).

Si sperava che Gattuso fosse l’ultimo a subire questa sorte, invece Pioli è sullo stesso viale. Boban e Maldini con lui, visto il potere diarchico che stanno per assumere Gazidis e il suo nuovo fidato Rangnick. Un amministratore delegato che in dieci stagioni non solo non ha rialzato l’Arsenal, ma l’ha affossato ancora di più, e un allenatore con manie rivoluzionarie di grandezza che in 36 anni di carriera ha conquistato una promozione con il Lipsia – squadra con un budget sproporzionato rispetto alle concorrenti per merito di mr. Red Bull – una coppa di Germania, una coppa di Lega tedesca e un Intertoto.

Biglietti da visita tragici sportivamente parlando. Ma quello che conta per ora per Paul Singer, numero uno di Elliott, è risanare il bilancio: un fondo di investimento deve far quadrare i conti, non vincere le squadre. Per questo l’ultima idea: salary cap a due milioni, nel tempo di un calcio sproporzionatamente ricco e costoso.

Anziché seguire la luce in fondo al tunnel, si torna indietro. Perché al Milan è sempre l’anno zero, ma con il rischio di finire al meno uno.

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