«Mi avevano chiamato per cambiare il modo di giocare del Milan». Bastano poche parole dell’intervista rilasciata da Paulo Fonseca a SportWeek, anticipata da la Gazzetta dello Sport, per riaprire inevitabilmente una ferita mai del tutto rimarginata. L’allenatore portoghese, esonerato dopo poco più di sei mesi, ha raccontato di aver accettato il progetto rossonero con un’idea ben precisa: costruire una squadra dominante, capace di tenere il possesso del pallone e di comandare le partite nella metà campo avversaria. Un’idea condivisa, almeno inizialmente, anche dalla società.
Fonseca ha ammesso di essere ancora deluso per come si è conclusa la sua avventura, sottolineando che un cambiamento di questo tipo richiede inevitabilmente tempo, soprattutto in un campionato come quello italiano, dove modificare la mentalità dei giocatori è spesso il passaggio più complicato. Ha poi aggiunto, con una punta di orgoglio, di non aver più rivisto nel Milan la qualità di gioco espressa durante il suo periodo in panchina.
Parole destinate a far discutere. Perché è vero che il Milan di Fonseca ha mostrato sprazzi di un calcio diverso, ma è altrettanto vero che i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative. E, nel calcio moderno, quando i risultati non arrivano, il primo a pagare è quasi sempre l’allenatore.
View this post on Instagram
Sei mesi sono davvero sufficienti per cambiare un progetto?
La domanda, però, resta legittima. Sei mesi sono stati abbastanza per giudicare il lavoro di Fonseca?
Probabilmente la risposta non può essere né un sì né un no assoluto. L’ex tecnico rossonero ha sicuramente delle responsabilità: alcune scelte non hanno convinto, la squadra ha spesso faticato a trovare equilibrio e la continuità è mancata nei momenti decisivi. Allo stesso tempo, però, è difficile immaginare che un cambiamento così profondo possa essere completato in pochi mesi.
Cambiare un’identità di gioco significa modificare automatismi costruiti negli anni, convincere i giocatori ad assumersi rischi diversi e accettare che, almeno inizialmente, possano esserci più difficoltà che certezze. È un percorso che raramente produce risultati immediati.
In questo senso, anche il ruolo della società diventa fondamentale. Nei mesi di Fonseca, la sensazione dall’esterno era quella di un Milan con una proprietà molto meno presente rispetto a quanto si sta vedendo oggi. Non è detto che una presenza più costante avrebbe cambiato il destino dell’allenatore, ma nei momenti complicati anche i segnali contano. La fiducia non si trasmette soltanto attraverso i comunicati, ma anche con la vicinanza quotidiana.
Amorim riparte con un contesto diverso
Ed è qui che il confronto con Ruben Amorim diventa inevitabile.
Anche il nuovo allenatore rossonero arriva da un’esperienza estremamente complicata. Il Manchester United si è chiuso con un deludente quindicesimo posto in Premier League e con la sconfitta nella finale di Europa League contro il Tottenham. Numeri che, da soli, potrebbero raccontare un allenatore in difficoltà. Eppure il Milan ha scelto di guardare oltre, ricordando soprattutto ciò che Amorim aveva costruito negli anni allo Sporting Lisbona, dove aveva dimostrato di saper creare un’identità forte e valorizzare i propri giocatori.
Ma rispetto al passato sembra essere cambiato anche il contesto.
Negli ultimi sei mesi Gerry Cardinale è tornato a farsi vedere con molta più frequenza tra Milanello e Casa Milan. Ha partecipato ai momenti più importanti della nascita del nuovo progetto, dall’arrivo di Amorim al centro sportivo fino all’arrivo di Goncalo Ramos, il colpo più costoso nella storia del club. Sono immagini che raccontano una proprietà più presente e più coinvolta nella quotidianità della squadra.
Naturalmente sarà il campo a dire se tutto questo basterà. La presenza della società, da sola, non garantisce vittorie. Così come più tempo non assicura automaticamente il successo di un allenatore.
Le parole di Fonseca, però, lasciano una riflessione interessante. Ogni progetto tecnico ha bisogno di idee, ma anche di pazienza, protezione e continuità. Nel calcio moderno questi elementi convivono sempre meno con la pressione del risultato immediato. E quando l’equilibrio si rompe, la figura più esposta resta sempre la stessa: l’allenatore.
Il Milan crede e spera che con Amorim la storia possa prendere una direzione diversa. Non solo per il valore del tecnico portoghese, ma anche perché, almeno nelle prime settimane, il club sembra aver creato attorno a lui un ambiente più solido rispetto a quello trovato dal suo connazionale due anni fa. Se sarà sufficiente per riportare i rossoneri ai vertici lo dirà il tempo. Quello stesso tempo che, forse, a Fonseca non è mai stato davvero concesso.


