In occasione di Pisa-Milan Tuttosport ha intervistato l’ex rossonero Filippo Galli per parlare del match coi toscani del 13 settembre 1987, prima storica partita di Arrigo Sacchi sulla panchina del Milan in Serie A.
Galli su cosa gli viene in mente pensando a quel Pisa-Milan
«L’inizio di una nuova era, almeno riguardandola con occhi del futuro. Arrivato Sacchi, si parlava di un calcio nuovo, di una sorta di rivoluzione. Inizialmente però i risultati non erano stati poi così positivi, avevamo faticato in Coppa Uefa, i tifosi non erano così contenti. La partita di Pisa l’abbiamo vinta, era la prima di campionato. lo avevo giocato titolare, per me era stato importante. In molti aspettavano Sacchi un po’ al varco, ricordo pure che ogni volta che arrivavi a Pisa c’era sempre il presidente Anconetani che entrava nello spogliatoio a salutare, era un gesto scaramantico di un altro calcio».
Se avevano già capito dove sarebbe arrivato quel Milan
«Ancora no, la svolta ci fu successivamente col Verona, alla sesta giornata, vincemmo 1-0, prima eravamo in difficoltà. Nonostante ci allenassimo duramente, i risultati non arrivavano, tant’è che fummo eliminati dall’Espanyol in Uefa. Da Verona cambiò tutto: vincere aiuta a vincere. A Pisa ancora non eravamo in quella situazione, eravamo una sorta di laboratorio, fermo restando che il laboratorio era sempre in essere».
Su com’era in allenamento
«Maniacale, attento al minimo dettaglio. Sul campo ti spostava anche di pochi centimetri rispetto a una palla laterale. Era uno stakanovista che amava il gioco e ti veniva a correggere, non mollava mai».
Su quanto è stato importante per la crescita di quella difesa
«Ma non solo per quello. Sacchi è stato fondamentale per tutto quel ciclo vincente del Milan. Il suo merito è stato di averci fatto entrare nella storia non per quanto abbiamo vinto, ma per come abbiamo vinto, questo voglio sottolineare».
Se Sacchi ha cambiato il calcio italiano
«Sì, credo che si possa dire al di là dell’essere milanisti o meno. In Italia c’è stato un calcio prima e dopo Sacchi. Cosa mi viene in mente se ci ripenso? La bellezza di quella squadra. Per me eravamo come il Boléro di Ravel: prima ci sono pochi strumenti, poi piano, piano ne entrano sempre più di più. Un continuo crescendo, come noi».


