Nel corso della sua partecipazione al podcast “Supernova“, condotto da Alessandro Cattelan, Fabio Capello ha acceso i riflettori su una figura chiave del calcio italiano spesso rimasta lontana dai clamori mediatici: Ariedo Braida. Il dialogo ha offerto l’occasione per riportare l’attenzione su quei protagonisti silenziosi che, dietro le quinte, hanno contribuito in modo decisivo ai trionfi delle grandi squadre. Capello, forte della sua esperienza da allenatore di vertice ha condiviso una riflessione lucida sul ruolo e l’importanza del dirigente sportivo, con particolare riferimento agli anni d’oro del Milan. Le sue parole qui di seguito.
“Braida era l’unico di cui mi fidavo quando si parlava di giocatori. Non fatemi vedere quello che dicono gli altri, non mi interessa, se Braida mi dice quello è da Milan, è da Milan. Aveva preso tutti quelli che c’erano, andava in giro vedeva e capiva, comprendeva anche cosa serviva per giocare in quella squadra lì di fenomeni, bisognava avere un livello molto alto. Qualcuno non ha reso come pensavamo, abbiamo preso Papin da pallone d’oro e faceva la riserva, ma anche lui stesso capiva che gli altri erano più forti. Una squadra composta da Maldini, Costacurta, Baresi, Albertini o lo stesso Tassotti che era arrivato a 18 anni ed è entrato in pieno nella mentalità della squadra, giocatori che avevano dentro qualcosa di più.”


