Thomas Helveg è stato uno dei difensori più amati dalle varie tifoserie in cui è stato in Serie A. La Gazzetta dello Sport lo intervista e il danese racconta il suo passato da rossonero.
IL CUORE BATTE ANCORA PER IL MILAN
«In Italia tifo per Udinese e Milan, ma il mio cuore batte per l’Odense. Sono cresciuto qui e ancora ci lavoro: sono responsabile dello scouting. Che mondo il ‘mio’ Milan!».
«Zaccheroni? Ci siamo ritrovati al Milan. Avevamo un buon rapporto, anche fuori dal campo. Oliver era uno di quelli con cui andavo a giocare a golf. Lui, Tassotti, Donadoni, Sheva…».
«Il Milan un sogno. Milanello è un’oasi felice, lontano da una città che va a duecento all’ora. Quando andai a firmare, non c’era nessuno. Mi ricordo che camminavo per questa struttura immensa e avevo lo sguardo di un bambino al luna Park. Poi, invece, il primo giorno di ritiro mi accolse Paolo Maldini. Mi venne a prendere e mi portò a bere un caffè. In mezz’ora mi spiegò cosa era il Milan e come bisognava comportarsi. Sia Paolo che Weah, Costacurta e i tanti altri campioni presenti in quella rosa mi hanno insegnato il valore del lavoro. E io ero uno che dava tutto. Ma sa… loro erano dei campionissimi, eppure in allenamento non mollavano un centimetro. È stata una grande lezione».
«Mi stupiva Boban. Non so descrivere a parole quello che faceva con il pallone. A volte lo vedevo in campo, mentre eseguiva una giocata, e pensavo: ‘ma come ha fatto?’. Era un mago».
«Prima con Zac poi con Carlo Ancelotti avevamo uno spogliatoio fantastico. Stavamo davvero bene insieme, in campo e fuori».
«Berlusconi mi definì un leone sordo… e non ho mai capito perché. Tornavamo da una trasferta, non avevo fatto una grande partita ma non pensavo di meritare un appellativo del genere. In diretta nazionale poi. Dopo qualche giorno, mi chiamò per dirmi che non aveva detto niente di simile, ma non gli ho tanto creduto. Penso che non mi apprezzasse particolarmente. In più sono sempre stato uno che ha scelto di mantenere una debita distanza: lui era il presidente, io un giocatore. Per quell’uscita un po’ infelice ci rimasi un po’ male, ma pazienza…».
«Il passaggio all’Inter? In estate, subito dopo il mio trasferimento, giocammo il trofeo Tim. I tifosi rossoneri mi dedicarono un coro e tanti applausi, sapevano che ero stato una pedina di uno scambio e che non avevo avuto voce in capitolo. Io sarei voluto restare a vita, altroché. Una volta, in ritiro, un paio di tifosi nerazzurri ci scherzarono su: ‘Helveg, guarda che ora la maglia è cambiata’. Ma io mi sono sempre impegnato, nonostante avessi il Milan nel cuore».


