Davide Calabria è stato protagonista dell’ultimo episodio del podcast Sky Sport Unplugged nel quale ha parlato del Milan, raccontando la sua storia in rossonero e il suo addio. Ecco le parole dell’ex capitano.
Calabria torna sul suo addio: «Ho accettato quanto successo. Si era capito che…»
«Quanto manca a me il Milan? Stiamo parlando di casa mia, ho fatto mille anni lì, sono cresciuto insieme, sono tutt’oggi tifoso. Ovvio che mi manchi e mi mancherà sempre. Sento spesso gente che lavora o lavorava lì. Il mio addio? Non ne ho mai parlato prima perché era un dispiacere, una ferita. Andare via in quella maniera mi rimarrà dentro. Non era quello che speravo, nessuno se lo aspettava, io per ultimo. Ho accettato quello che è successo. Ovviamente non condividevo e non condivido ciò che è accaduto in quei mesi. Se per me ci sono cose ingiuste o che non mi vanno bene, il mio ruolo era quello di farlo notare. Forse più che incomprensioni in quel periodo, è stata la stagione complicata e io non giocavo molto. E’ stato un peccato perché volevo salutare molto meglio San Siro, finire la stagione con i miei compagni che erano tutti molto dispiaciuti. Soprattutto per lo staff mi è dispiaciuto, 110 persone. E’ stato un bagno di lacrime. La decisione è maturata in fretta, è il calcio. Molto amore, ma anche business. Si era capito che la dirigenza ha pensato di prendere altre strade, io ho accettato la decisione e avevo capito che non ci sarebbe potuto essere un futuro. Soprattutto anche l’andazzo della stagione, ero chiuso dalle scelte dell’allenatore di allora (Conceicao, ndr), soprattutto per quell’episodio che purtroppo è costato anche troppo caro. E’ stato difficile. Ritorno al Milan? Sono dell’idea che una volta che esci, è difficile tornare in un posto. Più per una questione ideologica e mentale. Sanno tutti che tornerei domani, sarei il primo pronto a tornare e per me farei anche bene. Ovvio che ci sono state scelte e situazioni che ti portano a guardare la realtà dei fatti».
Su Maldini
«Non ho avuto dei riferimenti, ma Maldini è stato un idolo diciamo. Ovviamente arrivare a quei livelli non mi è passato per la testa, però essendo cresciuto al Milan e a Milano lui era il simbolo. Lavorare insieme a lui? Hai sempre, non so come dire non è timore, ma è talmente tanto per ogni tifoso del Milan che hai solo che rispetto. Io lo conoscevo già perché giocavo con Christian, il figlio. Ogni tanto lo vedevamo nascosto, stava molto nel suo perché la sua figura è ingombrante. E’ sempre stato molto affascinante come figura, persona, carattere e carisma. Quanto manca al Milan di oggi? Giocherei ancora al Milan con lui? Per me sì. Maldini manca a qualsiasi squadra del mondo, se fossi un presidente o un direttore lo vorrei sempre al mio fianco. E’ stato un esempio per qualsiasi persona anche per chi non conosce il calcio. Preferisco sempre averlo che non averlo nella mia società. Ci sono determinati personaggi che hanno qualcosa in più di una persona normale. Avere Paolo come riferimento è qualcosa di più unico che raro, parli del miglior difensore della storia. Vai a parlare con Maldini, ci vai in punta di piedi, se non ti inginocchi addirittura. Averlo avuto è stato un onore, mi piacerebbe averlo un’altra volta. La fascia di capitano? Il consiglio suo è stato di godermela più che il peso in sé. Alla fine è un pezzo di stoffa, è più il comportamento con gli altri che è importante. Spero che un giorno tornerà, per me prima o poi tornerà».
Calabria prosegue: «Perché fu smantellata la squadra arrivata in semifinale di Champions? Sì, me lo sono chiesto. La risposta è difficile da dare, non saprei darla. C’era una base solida, una situazione con un gruppo unito, un mister con idee che il gruppo seguiva. E’ giusto fare anche cambiamento lungo il percorso, così drasticamente abbiamo fatto tutti fatica. Nessuno se lo aspettava. Sono scelte che non spettano a noi, abbiamo dovuto accettare tutti e che magari non si condividono. La situazione non dipendeva tanto da noi. E’ un peccato perché si era creata un’alchimia con il tifo che fai fatica a trovare nel mondo, perché quel periodo a San Siro c’era un’energia che sapevi già di partire 1-0. A guardare i tempi attuali con situazioni spiacevoli… Potenziale al Milan c’è sempre, credo che nel calcio l’importante sia avere continuità. Non ho condiviso quella scelta, mi auguro che si possa ricreare la situazione di qualche anno fa».
Su Leao: «Ovviamente si perdono punti di riferimento. Ogni squadra ha i suoi pilastri. I cambiamenti repentini, in una qualsiasi azienda, non sono mai qualcosa che ti porta a risultati subito, forse al risultato opposto. Per me il suo potenziale non si è ancora visto. Lo dicevo già ai tempi: per me è potenzialmente top mondiale ai livelli di Vinicius, Mbappe. Non ha niente da invidiare a loro dal punto di vista fisico, atletico. Rafa ha bisogno di un ambiente a lui favorevole, dove si sente ben voluto. Infatti nel periodo attuale mi dispiace per le problematiche con i tifosi. E’ ancora nel suo prime per me. Credo che anche lui debba capire che gli anni passano e tocca solo a lui. Ovviamente in un contesto dove può rendere, secondo me lui il meglio lo ha fatto vedere in una modalità di gioco diversa da quella attuale. Tocca a lui rendersene conto e a chi di dovere farlo tornare quello che era. Sono tutti contentissimi del mister e si augurano che possa essere un futuro insieme a lui. Penso sia un gestore e un allenatore incredibile. Ovviamente poi serve tutto un contesto con squadra e tifosi».
Dall’inizio della carriera al suo momento top al Milan
«Il momento più bello? Forse l’anno prima dello scudetto. L’anno più bello dove ho reso di più. Lo scudetto ok, abbiamo portato tanto alla squadra tutti. L’anno prima si faticava. Poi c’è stato il covid, ci siamo compattati nelle videochiamate con Pioli per allenarci. C’erano due turni, non potevi fare 30 giocatori più lo staff. Si faceva un’oretta di videochiamata dove si facevano esercizi. Devo dire che forse ci siamo compattati per assurdo. Dopo il rientro, abbiamo fatto un periodo in cui sapevamo di vincere tutte le partite».
Calabria conclude: «Devo tanto a Pippo (Inzaghi, ndr) che mi ha fatto esordire. Mi ha sempre voluto bene. Sono molto legato anche a Brocchi. Anche a Sinisa. Sarei dovuto andare in prestito, ma mi disse che non sarei andato via. Venivo dalla Primavera e sapevo di dover andare. Avevo fatto molto bene in tournée, dopo una partita a Solbiate mi disse che io sarei stato il terzino di riserva. C’erano Abate e Antonelli, più io e De Sciglio i giovani. Penso che con Pioli abbiamo giocato il miglior calcio. Non avevamo nemmeno ruoli fissi, io e Theo spesso ci trovavamo in mezzo al campo. E con pressing ultra-offensivo, con rischi, che forse alla lunga ci ha fatto perdere un po’ di brillantezza».


