Canto Libero: Baresi, il grande capitano del Milan e della Nazionale ritratto dalla stella dell’arte italiana

In questi giorni è in corso la mia mostra Cantami o Musa, allestita nel Palazzo Kursaal di Grottammare nelle Marche, un tempo luogo di riferimento della musica lungo l’Adriatico, che negli anni settanta vide esibirsi Lucio Battisti e che immagino in queste stanze, interpretare una delle canzoni più amate della musica italiana: Il mio canto libero. Una coincidenza che mi appare tutt’altro che casuale con la notizia appena appresa. L’arte, la musica e la vita sembrano incontrarsi nei luoghi e nei tempi in cui le persone autentiche continuano a parlare, anche quando non ci sono più. Allora l’improvvisa scomparsa di Franco Baresi mi ha riportato a riflettere sul significato profondo della fedeltà, ad un’idea, a un sogno a un amore. Esistono uomini che diventano simboli – in questo caso una vera bandiera – per come hanno custodito un principio, per come sono diventati parte di esso e nello sport, lui è stato uno di questi esempi. Franco non ha semplicemente indossato una maglia: l’ha dipinta su di sè, l’ha onorata, l’ha resa parte della propria identità e in un’epoca in cui tutto sembra sostituibile e superficiale, ha dimostrato come la coerenza possa essere una forma di libertà. Nel calcio vestiva sulla schiena il 6 e – anche qui non a caso – nel gioco della vita, ci ha salutato a 66 anni, come a volergli immortalare ora sul petto il suo numero.

La sua leadership nasceva dall’esempio, dai gesti ripetuti nel tempo, dentro uno stile che lo faceva riconoscere da un dettaglio – prima ancora della maglia fuori dai pantaloncini – ed è la stessa dinamica che si può ritrovare nell’arte: un artista non convince per via delle quotazioni o attirando l’attenzione provocando, ma restando fedele all’evoluzione della propria ricerca, fino a portare le opere a parlare ai cuori delle persone sensibili. Ricordando il talento di Baresi, emerge la sua capacità di leggere il gioco prima degli altri e il suo senso della posizione non era soltanto un talento tecnico, ma una qualità visionaria. Immaginava ciò che stava per accadere quando ancora gli altri rincorrevano l’azione. Anche il pittore vive qualcosa di simile: il quadro nasce molto prima del primo colore, quando si impara ad anticipare ciò che ancora non è visibile, a prevenire l’eccesso, a riconoscere l’equilibrio prima che si manifesti.

L’intuizione è una qualità creativa tanto quanto sportiva. Prepararsi, organizzare, intuire le esigenze del tempo è ciò che permette a un’opera, come a una partita, di trovare la propria direzione. Poi c’è l’affidabilità, una virtù oggi praticamente sconosciuta. Sapere che una persona manterrà la parola data, che sarà presente nel momento decisivo, costruisce fiducia e la stessa fedeltà si riscontra anche nel vero artista: le opere non sono soltanto immagini, ma voci coerenti, percorsi riconoscibili, testimonianza di qualcuno che continua a cercare la verità senza inseguire le mode. In questo procedere la disciplina è forse la parte meno visibile del talento, infatti dietro ogni gesto elegante esistono anni di esercizio, rinunce e costanza. Anche la pittura è fatta di questo: tornare ogni giorno davanti alla tela, anche quando l’ispirazione sembra farsi attendere, perché la dedizione al proprio lavoro non vale meno dell’entusiasmo e del talento.

Appena appresa la notizia della sua scomparsa, invece dei tanti successi con quello che era il nostro Milan del calcio-spettacolo, mi è saltato in mente quel rigore fallito ai Mondiali del 1994, come a ribadirmi che l’autorevolezza non coincide con l’infallibilità e un vero capitano non è colui che non sbaglia mai, ma chi si assume la responsabilità nei momenti decisivi. Mi affascinava quella sua calma sotto pressione, con cui sembrava dettare il ritmo, rallentare il tempo, con una lucidità innata. L’artista conosce bene questa sensazione: quando un’opera pare sfuggire di mano, è proprio la serenità a permettere di ritrovare la direzione.

E poi il lavoro di squadra. Anche un pittore, apparentemente solo nel proprio studio, appartiene sempre a una comunità invisibile fatta di maestri, curatori, collezionisti, visitatori e persone che rendono possibile il viaggio dell’opera. Nessun risultato autentico nasce davvero in isolamento. Ciò che rende grandi, infine, è l’umiltà. Continuare a imparare, riconoscere i propri limiti, sapere che ogni traguardo è soltanto un nuovo punto di partenza. E quell’umiltà, che spesso passa in secondo piano, non diminuisce il valore di una persona, la rende credibile.

Fedeltà e lealtà sono parole che oggi rischiano di sembrare obsolete, ma sono proprio quelle che attraversano il tempo senza consumarsi. Restare fedeli ai propri valori significa costruire rapporti destinati a durare, proprio come un’opera d’arte o una carriera ai massimi livelli. Magari qui sta il vero significato di questo Canto Libero, non nella libertà di cambiare continuamente direzione, pensiero o relazione, ma nel rimanere profondamente legati alla nostra voce interiore. Lucio Battisti lo raccontava con la musica, Franco Baresi lo ha dimostrato nello sport e l’arte prova ogni giorno a fare la stessa cosa: trasformare la fedeltà a un ideale in una forma di bellezza condivisa. In fondo, le opere, le canzoni e gli uomini che continuano a vivere nel cuore delle persone hanno tutti una qualità in comune: non hanno mai tradito la propria origine.

E come Franco ognuno di noi deve rispondere alla chiamata della vita, qualsiasi sia il nostro ruolo, nell’unico modo possibile: Libero, come un Canto Libero.

– Lettera di Mario Vespasiani

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